Mi raccontava un alto prelato, dichiarandosi non vittima ma benedetto dalla passione, come avesse perso il capo e ogni ritegno per questa succulenta spaghettata. La sua preparazione, mi disse, sarà semplice e veloce ma il risultato assolutamente duraturo, come un matrimonio felice. Prendete due fette di un filone di pane e tagliatele in cubetti più piccoli possibile e in ogni caso mai superiori al mezzo centimetro di lato. Friggeteli in un buon olio fino al colore che sta fra l’oro e il rame. Poi li risalterete in un burroso intingolo, dove avrete precedentemente soffritto garbatamente un piccolo spicchio di aglio tritato, fermando il tutto, se cucinerete per due persone, con un’acciuga sotto sale ben mondata che si dissolverà. A seguire un mezzo cucchiaio di prezzemolo tritato e un non niente di pepolino (timo). Pepe macinato e peperoncino, sia fresco che polverizzato, a piacimento, sia uniti che separati, non essendo mai legati da alcun vincolo matrimoniale, ma stando alle volte insieme benissimo.

La generosità e l’aver abbandonato ogni conformistico timore intorno al burro e alla sua necessaria abbondanza, sarà comunque utile per un buon risultato, aiutando la sua untuosità sporcandola in segreto con qualche cucchiaio del miglior vostro olio. “Inutile confessarlo al vostro commensale”, badava a sottolineare il vescovo. I tocchetti di pane si insaporiranno ulteriormente combinando molecole a molecole. Dovrete considerare, nel condire gli spaghettoni, che il tutto è definibile come un ragù di panfritto e non avere nessuna temenza, e qui sta il trucco, quando il condimento risulterà eccessivamente asciutto, nell’aggiungerci, prima di metterci la pasta ben scolata, uno o due cucchiai di latte e nel grattugiarci sopra, una volta messa nel piatto di portata (mi raccomando ben caldo), qualche colpo di parmigiano fresco o, se sudisti, viceversa, provolone stagionato. In ogni caso vi dovrete trattenere dal pensarvi capaci di miracoli e affini.