Dai rifiuti hanno iniziato con una piccola azienda di commercio rottami. Nei rifiuti hanno conservato il core business. E sempre sui rifiuti stavano preparando nuovi affari. I Ragosta non hanno mai smesso di operare in questo settore, anche quando acquisivano alberghi di lusso in costiera amalfitana e aziende dolciarie di grande prestigio, come la Lazzaroni e la Sapori. Mentre il Tribunale del Riesame di Napoli si appresta ad affrontare le richieste di scarcerazione relative all’inchiesta sui vertici del gruppo, sul quale pende l’accusa di aver riciclato i soldi del clan Fabbrocino e di aver partecipato a un sistema di compravendita di giudici tributari e delle loro sentenze, dai cassetti della Regione Campania spunta un progetto dei Ragosta per la “realizzazione di un impianto per la gestione dei rifiuti pericolosi e non” nella zona industriale San Nicola, a Caserta.

E’ stato presentato nell’ottobre 2010 da una società del gruppo, la Ricicla Molisana srl con sede a Caserta, Lo Uttaro, che figura tra quelle sequestrate e affidate a un amministratore giudiziario. E’ un’azienda citata diverse volte tra le 1204 pagine dell’ordinanza di arresto firmata dal Gip Alberto Capuano. In particolare, nel provvedimento si afferma che la Ricicla Molisana srl, costituita nel 2003, è stata chiamata così per provare a espandere gli interessi del gruppo sul territorio del Molise. E si ricorda che nell’aprile 2008 la Gdf ha avviato 27 accertamenti fiscali su 8 società dei Ragosta, tra le quali anche la Ricicla Molisana srl. Ecco cosa scrive il Gip: “All’esito della verifica, finalizzata al controllo della normativa vigente in materia di finanziamenti agevolati alle imprese, è stato accertato che la Ricicla Molisana srl, quale società beneficiaria, allo scopo di conseguire illecitamente l’erogazione della contribuzione dalla Regione Campania, aveva presentato una perizia giurata non corrispondente al vero e false dichiarazioni sottoscritte dal legale rappresentante…”.

Due anni e mezzo dopo le ispezioni dei finanzieri, la Ricicla Molisana ha depositato l’istanza in Regione Campania per l’impianto di trattamento rifiuti pericolosi a Caserta. E c’è anche un primo ok. E’ scritto in un decreto dirigenziale del 2 dicembre 2011. Col quale il dirigente responsabile certifica che il progetto ha ottenuto l’esclusione dalla procedura di Via (Valutazione Impatto Ambientale). Purché si rispettino alcune prescrizioni di riqualificazione e tutela del territorio: una barriera a verde, accorgimenti per lo scolo delle acque verso vasche a tenuta, depurazione, impermeabilizzazione del suolo. Ora nel consiglio regionale campano qualcuno si chiede se sia il caso di portare a termine l’impianto dei Ragosta. Alla luce delle imputazioni di camorra che hanno colpito gli imprenditori originari di San Giuseppe Vesuviano, e non solo. A sollevare la questione è il capogruppo di Idv, Eduardo Giordano, che annuncia un’interrogazione al Governatore Pdl Stefano Caldoro: “Bisogna far luce su una vicenda sempre più dalle tinte fosche. Il centrodestra campano spieghi questo ennesimo vergognoso controsenso di dare il via libera al trattamento di rifiuti pericolosi e non in un’area da bonificare in previsione della nascita del Policlinico. Ancora una volta quando si tratta di fare affari, la politica non si tira indietro a danni della povera gente”.

Intanto la Eco Transider srl, altra società dei Ragosta, è stata colpita da un’interdittiva antimafia. Circostanza che mette a rischio la raccolta dei rifiuti in settanta comuni della Campania. Decine i comuni del casertano e del napoletano che stanno revocando gli appalti oppure sono interessati a gare in corso in questi giorni: Casagiove, Santa Maria Capua Vetere, Gricignano d’Aversa, Villa Di Briano, Marcianise, Cellole, Brusciano, Villaricca, Somma Vesuviana, San Sebastiano al Vesuvio, Ottaviano, Bellizzi, Acerra. L’allarme, si legge in un’agenzia, è stato lanciato da uno legali del gruppo, l’avvocato Alfonso Quarto. La nota del legale ha indotto il gip Capuano a firmare un provvedimento giudiziario con il quale rimette ai comuni, alla Prefettura e alla Regione Campania con circostanziate considerazioni, le valutazioni del caso disponendosi la necessita’ di consentire agli ausiliari del giudice di proseguire l’amministrazione dell’azienda. ”Intervenire a cose fatte e cioé dopo il sequestro – scrive il gip nel suo provvedimento – significa mortificare l’azione di gestione dei beni da parte dell’amministrazione giudiziaria che, si ricordi, è organo ausiliario del giudice penale; procedere con l’interdittiva antimafia nei confronti dell’impresa in sequestro giudiziario va in conflitto con gli obiettivi propri del sequestro, finalizzato al mantenimento, alla conservazione ed all’eventuale incremento del complesso aziendale, dei livelli occupazionali e delle attività economiche dell’impresa, attraverso un procedimento di legalizzazione finalizzato alla ipoteca confisca”.

Il giudice si sofferma anche sull’impatto di questo tipo di vicenda sull’opinione pubblica: ”con l’ulteriore risultato, indiretto e certamente non voluto, ma gravissimo in termini di percezione sul territorio, che i cittadini assistono attoniti alla presenza di un’impresa che lavora ad opera, garantendo occupazione e produttività, quando è amministrata dagli imprenditori coinvolti in indagini di criminalità organizzata, e sostanzialmente chiude (perché questa è la conseguenza) quando è amministrata dagli organi dello Stato, i quali sono costretti a licenziare maestranze e liquidare i beni”.