E’ nato due anni fa per soddisfare le esigenze dei clienti stranieri. Ma ieri l’istituto di credito Extrabanca è stato condannato per molestie a sfondo razziale. Perché il presidente ha insultato un impiegato di origine senegalese, che si è sentito rivolgere frasi del tipo “negro africano che crea problemi” ed è stato paragonato agli “zingari intenti a rovinare Milano”. Espressioni che il tribunale del lavoro ha ritenuto discriminatorie, in un clima, quello della filiale del capoluogo lombardo, giudicato “umiliante e offensivo” verso i dipendenti di colore.

Eppure Extrabanca è stata fondata con i migliori propositi da azionisti di rilievo, come Assicurazioni Generali e Fondazione Cariplo. Quando nel marzo 2010 è stata aperta la prima sede a Milano, anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha mandato un messaggio di augurio, riconoscendo nel sistema bancario “uno strumento indispensabile di coesione sociale per gli immigrati”. Proprio uno degli obiettivi di Extrabanca, che sul proprio sito Internet si vanta di essere il primo istituto di credito nel nostro Paese “nato per servire in prevalenza i cittadini stranieri residenti in Italia e le imprese da loro gestite”.

Una serie di servizi offerti agli sportelli da uno staff multietnico, che per il 55% è di origine straniera. Come C. T. G., impiegato dell’ufficio crediti di 41 anni, vittima delle offese razziste: nato in Senegal, ma con cittadinanza italiana per avere sposato una donna nostra connazionale, con cui ha avuto due figli.

Questo però non è bastato al presidente di Extrabanca, Andrea Orlandini, per considerarlo un dipendente normale. E per evitare di fare riferimento al colore della sua pelle. Così, quando l’impiegato ha deciso di candidarsi alle scorse elezioni amministrative nella lista civica per Pisapia, il presidente ha cercato di dissuaderlo “accomunandolo – scrive il giudice Fabrizio Scarzella nell’ordinanza – agli zingari e ai musulmani che vogliono rovinare Milano”. E ha poi specificato, secondo le testimonianze raccolte, che lui e un collega immigrato erano “due negri africani che stavano creando troppi problemi”. E, se non bastasse, che “avere troppi negri non poteva giovare alla banca” e quindi sarebbe stato meglio assumere “una persona di colore più chiaro”.

A questi insulti si sono poi aggiunti quelli dell’amministratore delegato e di un altro dirigente: al lavoratore è stato detto che non si può venire in Italia con l’aspirazione di un ruolo manageriale e che “gli stranieri pretendono troppo: soprattutto quelli con la cittadinanza devono sapere che sono ospiti”. In un ambiente lavorativo dove capitava che qualche manager, al termine di una riunione, uscisse dalla porta e pronunciasse “frasi a sfondo razzista – continua il giudice – come ‘negroni, extra comunitari’ in modo spregiativo”.

Tutti atteggiamenti che, secondo l’ordinanza, implicano “sicuramente delle molestie o, quantomeno, dei comportamenti indesiderati a sfondo razziale aventi lo scopo e, sicuramente, l’effetto di violare la dignità personale del dipendente e delle altre persone di colore presenti in azienda, creando nel contempo un clima lavorativo umiliante e offensivo tenuto conto del loro diretto ed esplicito riferimento alla razza”. Di questo è stata ritenuta responsabile l’azienda, considerate “le posizioni apicali” ricoperte dai tre manager protagonisti delle offese. Mentre il fatto che la banca si occupi soprattutto di stranieri è stata considerata una “circostanza sicuramente apprezzabile dal punto di vista sociale”, ma non idonea “a escludere o attenuare la gravità della eventuale commissione di condotte illecite, anche a sfondo razziale”.

Extrabanca è stata così condannata a risarcire l’impiegato con 5mila euro e ad appendere in sede un comunicato “che inviti tutto il personale ad astenersi, nei rapporti tra colleghi e nelle riunioni di lavoro, da espressioni volgari od offensive a sfondo razziale”. L’istituto di credito parla di provvedimento “surreale” e annuncia che presenterà ricorso in appello. Livio Neri, il legale che insieme ad Alberto Guariso ha difeso il lavoratore, sottolinea il paradosso di un’impresa che ha messo in campo un progetto “meritevole e interessante”, ma che “probabilmente non l’ha fatto gestire alle presone giuste”. Neri si augura che il suo cliente possa ora tornare al lavoro, visto che tre mesi fa, dopo aver presentato ricorso al giudice, è stato sospeso dall’azienda in via cautelativa. “Lui condivide il progetto della banca – assicura l’avvocato – e vorrebbe continuare a lavorarci”.