È il 15 gennaio 1993. Giuseppe Ragosta, detto Peppe ‘a balia, 52 anni, viene ammazzato a Pomigliano d’Arco, in via del Casotto, all’interno della sua ditta di rottamazione. Sono le sei di sera. I sicari feriscono anche il figlio trentenne, Giovanni. Giuseppe Ragosta, commerciante in ferro, negli anni Settanta era diventato famoso a San Giuseppe Vesuviano per aver affrontato e ucciso il “guappo” Riccardo Annunziata. Poi era finito in carcere, ma nessuno dei suoi vecchi compagni di cella lo associa a un qualche clan: non stava con Carmine Alfieri. Stava coi Fabbroncino? Forse, ma non è detto. In quel 1993, del resto, le famiglie di camorra vesuviane erano in disarmo e l’area della Striscia di Gaza – così era chiamata dai clan la zona tra San Giuseppe Vesuviano, Ottaviano, San Gennaro e Palma Campania – era in mano alla sola famiglia di Mario Fabbroncino.

Nel gennaio ‘93 Giuseppe lascia tre figli – Giovanni, Francesco e Fedele – e un’impresa che fatica a produrre un qualche guadagno. L’assicuratore Giuseppe Esposito ricorda come all’epoca non riuscisse a ottenere dai figli di Ragosta neanche degli assegni postdatati. In vent’anni, però, la fortuna gira. Nel 2009 Esposito incrocia a San Giuseppe “una Bentley elegantissima, scura, da cui uscì Fedele Ragosta. Era una persona diversa, non lo vedevo da più di 10 anni, era elegante, stirato. Mi diede anche un pizzicotto sulla guancia, come se fosse un uomo superiore. Io, per tutta risposta, gli dissi: ‘Ti ricordi quando non riuscivi a pagarmi l’assicurazione?’, e lui: ‘Ma che vai pensando, vieni a trovarmi a Posillipo dove adesso mi sono trasferito’. Aveva cambiato anche il modo di parlare, era meno paesano”. Come era stata possibile questa ascesa?

Nell’ordinanza con cui lunedì la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli ha mandato agli arresti 47 persone, tra cui 16 giudici tributari e i tre fratelli Ragosta, si fornisce una spiegazione: ed è legata a una grossa iniezione di denaro liquido di provenienza camorrista. Tra gli anni Novanta e l’inizio del 2000, nessuno dei componenti della famiglia (i tre fratelli e le loro mogli) sembra essere destinato a un futuro scintillante: le loro migliori dichiarazioni dei redditi si fermano ai 30-40mila euro annui. Eppure, in quel periodo, danno vita a diverse società: alla Sidertrans nata nell’89 cui si aggiungono la Sidersud (‘93), la Transidersud (‘94), la Metal Fond, la Regmetal (‘98). la Ptfmr Immobiliare (‘99), la Imi Sud, la Far Sud, la Dagar, la Ecometalli, la Ecofran (2000), la Immobilfin e la Immobilgem (2001). Tra il ‘92 e il 2002, annotano gli inquirenti, la somma di tutte queste società produce complessivamente redditi per poco più di mezzo milione di euro (50mila euro l’anno).

Per i Ragosta la svolta e l’ingresso nel business che conta arriva proprio in quel 2001 con l’acquisizione delle fallite Acciaierie del Sud, un enorme complesso industriale sito a Casoria. È un momento cruciale perché, scrivono i magistrati, la rilevanza economica dell’operazione e la procedura pubblica fallimentare impongono l’emersione “allo scoperto” delle risorse finanziarie del gruppo, fino a quel momento nascoste all’estero. Gli assegni circolari di 4 miliardi e 683 milioni di lire necessari per la cauzione, emessi dal conto di una società costituita appena tre giorni prima e privi di provvista al momento dell’emissione, vengono coperti grazie a bonifici effettuati da una società di diritto lussemburghese, la Immobilfin Sa, tramite un conto acceso presso l’agenzia Royal Monterey della Banque Generale du Luxembourg. Una serie di rogatorie tra Lussemburgo, Belgio e Svizzera consentirà di scoprire che l’Immobilfin Sa era riconducibiledirettamente a Fedele Ragosta e alla moglie Annamaria Iovino, era alimentata dai conti esteri dei Ragosta e in due anni, dall’aprile 2001 all’aprile 2003, pomperà denaro a favore di società italiane del gruppo Ragosta per oltre 10.800.000 euro. Una disponibilità di liquidi all’estero che il Gip definisce “inspiegabile” alla luce dei modesti redditi d’impresa dichiarati sino a quel momento.

Dal 2002, annotano i pm, il gruppo “reinveste senza posa, attraverso flussi finanziari vorticosi, le somme nella sua disponibilità, diversificando la propria attività”. Entra nell’immobiliare: la cartolarizzazione gli mette in portafoglio 94 immobili che subito riescono a fittare alla Commissione Tributaria Provinciale di Napoli, all’Arpac (con un funzionario che, spaventato al telefono racconta di un Ragosta arrivato a trattare “con la pistola nel pantalone”) e all’Inps di Napoli. Oggi l’impero conta 477 unità immobiliari, per un valore stimato di un miliardo di euro. Nel 2005 arrivano gli alberghi extralusso: due a Vietri sul Mare (il Raito e l’hotel Paradiso), il resort La Plage di Taormina (2007) e l’Hotel Palazzo Montemartini, di fronte alla stazione Termini, acquistato a Roma dall’Atac nel 2008 per 40 milioni di euro. Nel 2006 ecco l’alimentare: comprano la Sapori. E due anni dopo, dalla famiglia Citterio, la Lazzaroni, l’industria dolciaria che detiene i marchi Amaretti di Saronno, Antica Pasteria e Biorigin. I magistrati ritengono che questi acquisti siano possibili tramite l’accensione di ingenti mutui (ritenuti “un tipico sistema attraverso cui viene coperta l’attività di reinvestimento di capitalidi illecita provenienza”) e a “sistematiche e rilevanti condotte di frode fiscale”. Il procuratore reggente di Napoli Alessandro Pennasilico parla chiaramente di “impresa criminale” che basa il suo potere sul riciclaggio dei soldi del clan Fabbroncino e sulla corruzione, attraverso favori, consulenze e assunzioni, della commissione tributaria di Napoli, l’ente che decideva sulle controversie tributarie. Un’altra partita milionaria.

di Eduardo Di Blasi e Vincenzo Iurillo

da Il Fatto Quotidiano del 21 marzo 2012