Siria, attentatori suicidi si sono fatti esplodere a bordo di due autobombe il 17 marzo a Damasco

Gli scontri sono arrivati a Damasco. Sono iniziati nella notte ed erano ancora in corso nelle prime ore del mattino, tanto che anche la tv di stato siriana ha dovuto ammettere quello che molti testimoni stavano già raccontando sui social network e sulle agenzie di stampa. Un numero imprecisato di uomini armati, probabilmente combattenti del Free Syria Army è riuscito a entrare nel quartiere di Mezzeh: zona di ambasciate e residenze dei funzionari del governo. Un quartiere super-protetto, anche se non collocato nel centro di Damasco. Attorno a mezzanotte raffiche di mitra e di mitragliatrici pesanti hanno iniziato a echeggiare nella zona, mentre, secondo i racconti di alcuni testimoni, l’esercito e le forze di sicurezza prendevano posizione in diverse zone del quartiere e con gli altorparlanti invitavano gli abitanti a non uscire di casa. Nel quartiere ci sono anche diverse installazioni dei servizi di sicurezza.

Epicentro della sparatoria un centro commerciale, l’Hamada, ma si sono sentite esplosioni e raffiche anche nelle vie adiacenti. Secondo alcune testimonianze riferite dall’agenzia Reuters, i combattenti che sono riusciti a superare i cordoni di sicurezza hanno chiamato per nome alcuni funzionari del governo, dalla strada, invitandoli a uscire. L’esercito e la polizia hanno circondato la zona, anche con l’aiuto di elicotteri, che da ore continuano a volteggiare sul cielo della capitale siriana.

Ieri, sempre a Damasco, almeno duecento persone sono state arrestate per aver preso parte a una manifestazione convocata dal Coordinamento nazionale per il cambiamento democratico (Cnb), uno dei gruppi dell’opposizione che non fa parte del Consiglio nazionale siriano. Tra i fermati,c’è anche Mohammed Sayyed Rassas, che del Cnb è il leader. L’Ncb non condivide la scelta del Cns di appoggiare la rivolta armata del Free Syria Army e ha cercato di lanciare una protesta nonviolenta, nonché di incoraggiare il dialogo tra opposizioni e governo per cercare di fermare lo spargimento di sangue. La sua posizione, però, di fronte al perdurare dei massacri governativi e al progressivo irrigidimento del Cns, diventa sempre più isolata. La manifestazione del Cnb si è svolta al termine di una cerimonia funebre per commemorare le vittime delle due autobomba che sabato sono esplose ad Aleppo, seconda città del paese, nei pressi di un edificio degli apparati di sicurezza, uccidendo 27 persone, tra cui anche molti civili. Per il governo di Damasco, le bombe, così come gli scontri di oggi, sono opera di “terroristi”. Secondo il Cns, invece, le bombe fanno parte della strategia della tensione che il governo sta mettendo in campo per screditare le opposizioni e aumentare il caos.

Venerdì sono arrivati in Siria i primi “tecnici” dell’Onu e dell’Organizzazione per la cooperazione islamica (Oic), con il compito di valutare la situazione sul campo e verificare se ci sia la possibilità di mandare osservatori internazionali. In diverse zone del paese, però, si continua a combattere. Nel sud, a Deraa, i ribelli sarebbero riusciti a far saltare un ponte usato dall’esercito regolare per rifornire le truppe che da alcuni giorni tengono sotto assedio la città a ridosso del confine libanese. Nel nord, invece, ad al Raqqa, secondo i ribelli ci sarebbe stata una defezione importante, quella di Omar Abu Rakba, comandante locale dell’intelligence politica, che si è opposto alla repressione. Infine nella provincia di Deir al-Zor, nel nord ovest del paese, i ribelli sarebbero riusciti a intercettare una colonna dell’esercito e a distruggere diversi veicoli blindati.

Al di là dello stillicidio di notizie di combattimenti, però, per il governo del presidente Bashar Assad è l’attacco a Mezzeh la principale fonte di preoccupazione. Non solo perché dimostra che i ribelli sono riusciti a superare i cordoni di sicurezza in una delle zone più sorvegliate della capitale. La presenza di combattenti dell’opposizione nella capitale è una doppia sconfitta per Assad. Ai siriani che ancora esitano a schierarsi contro il regime, così come ai governi stranieri che ancora scommettono sulla sua capacità di controllare la situazione arriva lo stesso messaggio: il regime non è più in grado di garantire la sicurezza nemmeno in una delle aree politicamente nevralgiche della capitale. Anche Damasco, come il resto della Siria, sta sanguinosamente sfuggendo di mano ad Assad. Lo ha detto anche Tawakul Karman, la donna yemenita insignita del Premio Nobel per la pace. Davanti a migliaia di profughi siriani in una tendopoli allestita dalla Mezza luna rossa turca nella provincia di Hatay, Karman ha incoraggiato gli esuli: «Il mondo intero sa che voi siete nel giusto. Il sangue che avete versato non sarà invano e anche voi tornerete liberi. Così com’è avvenuto con Saleh (il presidente yemenita sconfitto dalle proteste di piazza dopo 33 anni di potere, ndr), anche il tempo di Bashar Assad finirà».

di Joseph Zarlingo