Essere pronti a cambiare idea è una condizione necessaria per non rincretinirsi. La retorica che inneggia ai “ggiovani” – di cui a nessuno frega nulla, basta vedere in che condizioni sono la scuola e le politiche di accesso al lavoro – e li agita come vessillo del futuro è una foglia di fico.

Giovane è bello, poi, non è un granché come equazione: i “ggiovani” oggi parlano più lingue della generazione passata, ma non è affatto scontato che abbiano da dire molte più cose dei loro genitori. Eppure, prima che un’Amaca di Michele Serra innescasse una polemica a proposito dell’uso delle parole sui media (Twitter e giornali), una studentessa di una scuola di Melegnano, dove si svolgeva un incontro con i giornalisti del Fatto, ha posto una domanda semplice e chiarissima: “Perché i giornali usano così male le parole?”. Alice motivava la sua domanda adducendo che la semplificazione degli slogan tipo “macchina del fango” non aiuta a capire. Usare un lessico povero e comunicare solo con sms, cmq, tvb, xé impedisce una lettura attenta della realtà. Notizia benvenuta.

È vero: maltrattiamo le parole. Scrive Serra: “Che dire di un giornalismo per il quale ogni dissidio diventa ‘rissa’, ogni inciampo diventa ‘rottura’, e per speziare il suo minestrone quotidiano abusa di ‘proposte shock’, ‘dichiarazioni shock’, ’notizie shock’, come se l’opinione pubblica fosse sordastra e solo l’urlaccio nelle orecchie potesse attirare la sua attenzione?”. Risposta: è più facile, più veloce, meno impegnativo. Lo slogan arriva dritto dritto, il ragionamento costa più fatica a chi lo elabora e a chi lo utilizza. Lo capiscono tutti: l’uditorio si fa più ampio, con lui il consenso. Ma è tutt’altro che innocuo: convince Gustavo Zagrebelsky quando dice che la frase “mettere le mani nelle tasche degli italiani” sottintende l’idea che lo Stato sia un borseggiatore. È un messaggio implicito.
E poi: stigmatizziamo il dito medio di Bossi, come una riduzione al minimo – addirittura al gesto – della comunicazione politica. Non siamo molto diversi da lui quando sui quotidiani usiamo l’espressione “scontro tra politica e magistratura” se davanti a indagini su questo o quell’onorevole, viene negata un’autorizzazione a procedere. I magistrati cercano di fare il loro mestiere (anzi dovere, l’azione penale è ancora obbligatoria), la classe politica si arrocca sui propri privilegi. Non è uno scontro: se lo definiamo così mettiamo sullo stesso piano chi cerca di perseguire un crimine e chi cerca di sottrarsi all’accertamento di un fatto. Poi c’è la sciatteria: “Auto impazzita” prevede un senno della macchina che naturalmente non esiste.

Si potrebbe andare avanti a oltranza: tragedia della follia, dramma della disperazione, vite spezzate. Il sole sempre cocente, la pioggia battente, gli appelli accorati. “Sono i media grossolani a costruire un pubblico superficiale”, conclude Serra. Però, ne è consapevole anche lui, nessuno è esente da colpe. Non si tratta di alzare il ditino contro qualcuno, né di un’erroneamente immaginata puzza sotto il naso. Potremmo – anche solo nell’esclusivo interesse della nostra sopravvivenza – riflettere sul mestiere dei giornali, messi insieme con sempre maggiore fretta, da persone spesso non adeguatamente formate e dimentiche dell’importanza della funzione. E andare oltre la lusinga del parlare (e far parlare) di sé, come individui e come categoria. L’obiezione di Alice ricorda una verità pressoché ignorata: facciamo i giornali per chi li compra e legge. Non il nostro pubblico, ma gli utenti di un servizio che si chiama informazione.