Nella continua altalena di minacce e distensione che è diventata la partita internazionale sul dossier nucleare iraniano, oggi è il giorno della distensione. Catherine Ashton, responsabile del Servizio di azione esterna dell’Ue (la diplomazia dell’Unione) ha infatti confermato che il governo di Teheran ha accettato di riprendere i colloqui diretti sulla questione nucleare con i sei membri del Gruppo di contatto (i cinque paesi del Consiglio di sicurezza dell’Onu più la Germania) interrotti un anno fa. “A nome dei paesi del Gruppo di contatto – ha detto la baronessa ieri sera a Bruxelles – ho offerto la ripresa dei colloqui sulla questione nucleare”.

Ashton ha spiegato che la decisione di riprendere le trattative è arrivata dopo uno scambio di corrispondenza con Saeed Jalili, il capo negoziatore iraniano, la cui risposta del 14 febbraio scorso (mediata da Mosca) sembra aver convinto il Gruppo di contatto sulla buona volontà di Teheran. “Il nostro obiettivo complessivo rimane un accordo di lungo termine che ristabilisca la fiducia della comunità internazionale sulla natura esclusivamente pacifica del programma nucleare iraniano, rispettando il diritto iraniano all’uso pacifico del nucleare”, ha scritto Ashton nella sua replica al “collega” iraniano. Rimangono da stabilire la data e il luogo del nuovo round di colloqui, nei quali, secondo il ministro degli esteri britannico William Hague, l’onere della prova finale sulla natura e gli scopi del programma nucleare “spetta all’Iran”, presunto colpevole fino a prova contraria.

L’annuncio di Ashton non è la sola notizia positiva a far pendere l’altalena. Il giorno prima, infatti, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), che per conto dell’Onu tiene sotto controllo il nucleare in tutti i paesi che aderiscono ai suoi protocolli, ha avuto accesso alla base militare di Parchin, nel sud est del paese, dove, secondo il direttore dell’Aiea Yukio Amano potrebbero essere nascosti «componenti» del ramo militare del programma nucleare. L’accesso alla base, secondo l’agenzia di stampa iraniana Isna, nel lancio che annuncia la visita, spiega però che trattandosi di una struttura militare, sarà possibile una sola ispezione da parte dei funzionari dell’Aiea, che da molto tempo chiedono di poter visitare questa base, individuata come uno dei possibili “luoghi sospetti” dove potrebbero nascondersi le “prove” della natura ambigua del programma nucleare di Teheran.

Le aperture iraniane, tuttavia, non convincono tutti. Il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu nella sua visita a Washington lunedì ha ribadito che per Israele, l’Iran con capacità nucleare è una minaccia reale e che Israele non tirerà indietro. Dopo l’annuncio di Ashton, Zvi Hauser, segretario di gabinetto di Netanyahu, ha spiegato alla radio militare israeliana che per essere certi della natura pacifica del programma iraniano, dovrebbe essere interrotta ogni attività di arricchimento dell’uranio al di sopra del 3,5 per cento che è il livello usato per la produzione di energia elettrica. L’Iran, al momento, ha alcune tonnellate di uranio arricchite al 20 per cento (ancora molto lontano dal livello weapon ready del 90 per cento) che ufficialmente servono per creare isotopi per uso medico e scientifico.

Lo scetticismo israeliano è in parte condiviso dalla Francia. In una intervista televisiva il ministro degli esteri francese Alain Juppe ha detto che secondo lui “l’Iran continua ad avere due facce” e per questo “bisogna rimanere fermi sulle sanzioni, che sono l’unico modo per fare pressione ed evitare un’opzione militare che avrebbe conseguenze imprevedibili”.

In Iran, invece, i commenti più duri sono arrivati dal portavoce del parlamento Ali Larjani, che ha criticato l’utilità dei colloqui, “se si continua ad andare nella stessa direzione”. Secondo Larjani, la comunità internazionale adotta un doppio standard: “Sanno che non vogliamo armi nucleari e sanno che non abbiamo armi nucleari e nonostante questo continuano a fare pressione su di noi mentre non dicono nulla a paesi che hanno armi nucleari e non collaborano con le istituzioni internazionali”. Un riferimento diretto all’arsenale atomico di Israele, che non ha mai firmato i protocolli dell’Aiea né ammesso ispettori internazionali nei suoi siti. “Se insisteranno in questo doppio standard – ha detto Larjani all’agenzia di stampa ufficiale Irna – non otterranno nulla dai colloqui”. E l’altalena torna a pendere dal lato delle minacce.

di Joseph Zarlingo