La memoria è il tesoro dell’anima”. E non solo dell’anima. Forse i proverbi potrebbero aiutare a scrivere una manovra finanziaria. Perché mentre si annunciano tagli di 3, 8 miliardi alle pensioni, si aumentano gasolio e benzina per mettere in cassa 4, 8 miliardi, ci dimentichiamo di 490 milioni. Un tesoro, appunto. Parliamo delle condanne della Corte dei Conti rimaste sulla carta. Centinaia di milioni di sanzioni inflitte a chi ha provocato un danno allo Stato: cittadini, dipendenti pubblici, imprese. Le casse pubbliche ne hanno diritto e però restano a bocca asciutta. Il Procuratore Lodovico Principato le sta calcolando. Anche il presidente della Corte, Luigi Giampaolino, si sta occupando della questione. Ma fonti giudiziarie già sono in grado di dare una stima: “Siamo vicini al mezzo miliardo”. Il 6 febbraio, all’inaugurazione dell’anno giudiziario della procura contabile, se ne parlerà. Già Mario Ristuccia, l’ultimo Procuratore generale, aveva segnalato il buco. Davanti a lui le autorità schierate avevano ascoltato attentamente, ma oggi siamo da capo: “In relazione alla massa dei residui attivi formatisi … si segnala che nel 2008 la consistenza complessiva dei crediti non riscossi era vicina ai 490 milioni. La quota più consistente era allocata nei capitoli gestiti dai dipartimenti del ministero dell’Economia oltre a quelli, pure cospicui, del Ministero della Difesa, della Giustizia e dell’Interno”.

I ministeri hanno in mano un tesoro, ma non riescono a incassarlo. Erano 490 milioni quattro anni fa e oggi siamo sempre intorno al mezzo miliardo. Ma com’è possibile? Era lo stesso Ristuccia a spiegarlo: “L’entità dei residui dimostra in concreto la persistente propensione a sottrarsi alle conseguenze del giudicato”. In parole semplici: i condannati cercano di non pagare. E spesso ci riescono. Ma com’è possibile? A spiegarlo è uno dei tanti sostituti procuratori della Corte, uno di quei magistrati che ogni giorno vedono le proprie sentenze restare ineseguite: servirebbe un “potenziamento degli strumenti”, ci sarebbe bisogno insomma di nuove leggi: “Adesso è previsto un termine di dieci anni per recuperare il denaro. Troppi, una parte dei crediti passa in cavalleria”. Rimedi? “L’esecuzione invece di essere affidata alle amministrazioni danneggiate potrebbe essere lasciata alle Procure della Corte dei Conti”.

In passato andava peggio: negli anni ‘90 lo Stato incassava circa l’un per cento del denaro cui aveva diritto. Una mancia. La Procura della Corte dei Conti ha tracciato un bilancio dell’attività tra il 2005 e il 2010: si è arrivati a recuperare il 19,8 per cento delle somme stabilite dai giudici. Meno di un quinto del totale. Ma la colpa non è della Corte. Anzi. Basta ripercorrere l’iter necessario per eseguire le sentenze per capire le radici del problema: c’è la sentenza di primo grado, poi quella di secondo, quindi la parola passa alle amministrazioni danneggiate che devono farsi restituire il denaro. Tra corsi e ricorsi ci vogliono anni. Senza contare chi le prova tutte per sottrarsi al pagamento. Certo, una parte di questo tesoro è destinato a restare sulla carta. Spiega Ermete Bogetti, procuratore della Corte dei Conti della Liguria: “Ci sono amministratori infedeli, magari condannati per peculato, che vengono condannati a pagare dieci, venti milioni, perché quello è il danno provocato allo Stato. La sanzione non può essere stabilita in base alle disponibilità dei condannati. Ma incassare una somma simile da un dipendente pubblico è impossibile”. Ma togliamo pure questa fetta, restano centinaia di milioni.

Lo Stato non è un creditore molto aggressivo. Ci sono i pignoramenti, ma anche gli eventuali sequestri rischiano di arrivare quando ormai i beni sono stati “inguattati”. Ricorda Bogetti: “Al massimo si può pignorare un quinto dello stipendio”. Qui lo Stato si dimostra di nuovo benevolo: prendiamo il caso di un funzionario colpevole di peculato e per questo licenziato. Le Corti dei Conti più di una volta hanno puntato sulla liquidazione. Niente da fare: anche il dipendente pubblico che ha truffato lo Stato ha diritto al trattamento di fine rapporto. Al massimo decurtato di un quinto. Tante garanzie per i debitori, poche per il creditore, lo Stato e i cittadini. Quelli che se i soldi finissero nelle casse pubbliche potrebbero sperare di spendere qualche euro in meno di benzina e di Imu.

da Il Fatto Quotidiano del 31 gennaio 2011