Dalla visita di Stato del presidente afgano Hamid Karzai a Roma di novità ne è emersa solo una: l’invito a Mario Monti ad andare in Afghanistan. Un po’ più che una richiesta di rito, come sempre si fa per ricambiare la cortesia dell’ospitalità.

Se infatti il professore di Palazzo Chigi dovesse imbarcarsi per l’Hindukush, sarebbe la prima volta di un premier italiano dal 2007, quando Romano Prodi si recò a Kabul. Un po’ poco per un Paese che schiera in Afghanistan 4200 soldati per i quali spende circa due milioni di euro al giorno. Silvio Berlusconi di Afghanistan non ne ha mai voluto sapere: lasciava volentieri la palla al ministro La Russa, noto per le sfilate in mimetica che facevano venire l’orticaria a chi la mimetica deve portarla tutti i giorni in prima linea, sul fronte di Bala Murghab o nella valle del Gulistan. E se la tradizione ha un senso, si potrebbe argomentare che per ora è soprattutto l’attuale titolare della Difesa che fa e disfa la politica italiana in Afghanistan: è lui che decide quando come e quanti soldati torneranno a casa e se i caccia di base in Afghanistan debbano o meno rispettare i caveat imposti alle nostre truppe dal Parlamento. Un attivismo più composto di quello di La Russa ma che non sembra allineare l’Italia su una scelta sempre più condivisa da Washington a Berlino: più politica e più impegno civile e sempre meno opzione militare.

Anche il testo che Monti e Karzai hanno firmato ieri a Roma, dice chi l’ha letto, non contiene grandi novità. Meramente protocollare e assai simile a quello concordato tra Kabul, Parigi e Londra – prossime tappe di Karzai – anche se l’Italia ha avuto la chance di essere la prima meta nel calendario degli appuntamenti di Karzai. Una scelta, dicono i diplomatici, non causale, ma dettata da una vecchia passione per il nostro Paese visitato in più occasioni, come Karzai stesso ha ricordato a Gianfranco Fini, quando veniva a trovare re Zhaer in esilio all’Olgiata, alle porte della Capitale. Il luogo dove si organizzarono le premesse della Conferenza di Bonn del 2001 che incoronò Karzai e diede l’avvio alla nascita dell’Afghanistan post talebano. Per il resto abbiamo saputo quel che già sapevamo e cioè che il nostro impegno andrà oltre il 2014 data del ritiro delle truppe che non sappiamo invece come avverrà.

Della nebulosa Afghanistan (il Parlamento se ne ricorda solo quando va rifinanziata la missione militare o quando muore un soldato), ci sono comunque almeno due ombre che forse sarebbe stata l’occasione buona di fugare: una politica, l’altra economica. Quella politica riguarda il dimissionamento di tre commissari (che erano effettivamente in scadenza) della Aihrc (La Commissione afgana indipendente per i diritti umani), tra cui Nader Naderi e Fahim Hakim, due autorevoli membri che si sono distinti per autonomia e capacità critica nei confronti del governo. Karzai, con quello che a molti è sembrato un colpo di mano, li ha sostituiti con suoi fedelissimi. Non un bell’inizio nella prima fase del dopo Bonn2, il vertice appena conclusosi in Germania in dicembre. Può darsi che glielo sia stato segnalato, o almeno c’è da augurarsi che sia stato fatto.

La seconda riguarda gli affari: Roma ha prestato a Kabul 137 milioni di euro per sistemare il polo aeroportuale di Herat, una notizia (è di fine dicembre) passata del tutto inosservata e annunciata attraverso un breve lancio di agenzia dopo un viaggio tra le nevi dell’Hindukush di Paolo Romani, già titolare del dicastero guidato attualmente da Corrado Passera (il ministero dello Sviluppo economico) che, senza fanfare, lo ha nominato – notizia che creò un certo scompiglio – suo inviato personale per l’Afghanistan.

In tempi di sacrosanta trasparenza anche questo punto sarebbe forse stato da chiarire al contribuente, chiamato in causa da Karzai come il vero mulo che traina la missione italiana. E che avrebbe il diritto a non portare il paraocchi.

di Emanuele Giordana