É cominciato in Italia, il viaggio europeo del presidente afghano Hamid Karzai. Dopo aver fatto tappa ad Ashgabat, per discutere con il presidente turkmeno Berdimukhamedov, un alleato importante nello scacchiere dell’Asia centrale, Karzai è arrivato ieri a Roma, dove ha incontrato Giorgio Napolitano e il ministro degli Esteri, Giulio Terzi. Dall’incontro di oggi con il presidente del Consiglio Mario Monti, Karzai spera di ricavare un favorevole accordo bilaterale di lunga durata, che garantisca la collaborazione nei settori dell’economia e della sicurezza. Il tour europeo di Karzai, che domani sarà a Parigi, per poi proseguire per Londra, arriva in un momento molto delicato: nei mesi scorsi gli americani hanno intensificato i colloqui con i movimenti antigovernativi, avallando l’apertura di un ufficio politico dei Talebani in Qatar, e Kabul si è sentita marginalizzata dal rinnovato protagonismo diplomatico di Washington.

Il presidente afghano cerca dunque un sostegno politico dagli europei, che faccia intendere all’alleato a stelle e strisce che, per ogni ipotesi negoziale, bisogna comunque passare per Kabul. Ma molto più prosaicamente cerca anche soldi: nel corso della Conferenza internazionale sull’Afghanistan che si è tenuta il 5 dicembre 2011 a Bonn, Masood Ahmed, rappresentante per il Medio oriente e l’Asia centrale del Fondo monetario internazionale, ha tracciato un quadro allarmante: il ritiro delle truppe straniere, che la Nato ha previsto per il 2014, causerà una riduzione della crescita annua del Pil almeno del 3%, favorendo la crescita fiscale sulle casse dello Stato e l’aumento drastico della disoccupazione.

Karzai, politico scaltro e intelligente, è consapevole che l’intera economia afghana, che si regge sugli aiuti internazionali, è una bolla di sapone. E sa bene che, con il graduale ritiro degli eserciti, le cancellerie occidentali saranno sempre più riluttanti ad aprire i cordoni della borsa. Per questo, in attesa della Conferenza ministeriale sulla cooperazione economica regionale che si terrà a luglio a Tokyo, da cui si aspetta la conferma degli impegni assunti a Bonn, è in Europa a battere cassa. E a cercare di dare forma al nuovo obiettivo della comunità internazionale per l’Afghanistan: la “trasformazione”. Naufragata l’idea di lasciare nel 2014 un paese stabile e sufficientemente solido da reggersi sulle proprie gambe, proprio a Bonn è stato messo nero su bianco che, una volta compiuto il processo di “transizione” – il passaggio della sicurezza dalle forze internazionali a quelle afghane -, occorreranno altri dieci anni, dal 2015 al 2024, per fare dell’Afghanistan un paese solido, con un sistema istituzionale funzionante, un governo trasparente, un’economia non troppo dipendente dai donatori, un esercito professionale.

Dall’Italia, Karzai si aspetta un impegno per l’addestramento delle forze di sicurezza afghane, ancora male equipaggiate e poco addestrate, e il consolidamento degli accordi economici già stabiliti nel 2011 dall’allora ministro dello Sviluppo economico Paolo Romani. Che nel corso di alcune visite ad Herat aveva garantito al governatore della provincia, Saoud Saba, l’expertise italiano per la nascita di un settore industriale nei settori dell’agricoltura e dell’alimentazione, in cambio dell’accesso alle ricche miniere di marmo di Chest-e-Sharif (che però si trovano in una delle zone più turbolente della provincia) e del coinvolgimento delle imprese italiane nella fase di “ricostruzione”. Nell’accordo forse si troveranno informazioni più dettagliate anche sul finanziamento di 137 milioni di dollari che l’Italia pare abbia concesso a Kabul per il rinnovamento dell’aeroporto di Herat, e ci sarà sicuramente l’impegno a non ritirare le truppe prima del 2014. D’altronde, pochi giorni fa nell’informativa alle Commissioni congiunte Esteri di Camera e Senato il ministro della Difesa, ammiraglio Giampaolo Di Paola, ha affermato di prevedere un ritiro (non quantificato) dei primi soldati italiani solo a fine del 2013, in linea con le indicazioni dell’Alleanza atlantica. Intanto si aspetta l’approvazione parlamentare del decreto legge del 29 dicembre 2011 (n.215) sulla proroga delle missioni internazionali. Per il 2012, sono previsti più di 747 milioni di euro per le operazioni militari, e meno di 35 milioni per la Cooperazione allo sviluppo. Nonostante la scaltrezza politica, per Karzai sarà difficile convincere gli alleati italiani che è arrivato il momento di cambiare strategia, puntando soldi e risorse prevalentemente sulla cooperazione sociale ed economica, piuttosto che su una guerra già persa.

di Giuliano Battiston