Dopo aver fondato gli Scisma, collaborato con AfterhoursMarina Rei e Mina, Paolo Benvegnù giunge, venerdì 27 gennaio, al Circolo Onirica di Parma per presentare Hermann il suo terzo album da solista, premiato al PIMI e al Tenco. É un album raffinato e denso di suggestioni  – nei testi e nelle melodie -, come lo sono i pensieri che ha  condiviso nell’intervista che segue.

Ascoltando i suoi lavori si avverte l’importanza dell’immaginazione. In Hermann il rimando alla realtà odierna traspare raramente, i suoi testi potrebbero essere riferiti a qualunque periodo storico. A differenza della nuova leva cantautorale non sembra essere ammalato dell’oggi; da cosa deriva questa sua immunità, è una scelta o una vocazione?

“Non so se sia una vocazione, ma spero possa diventarlo. Quello che cerco di fare è andare a cercare il senso, il perché che soggiace dietro a quello che stiamo vivendo.  Non mi interessa il giudicare e l’osservare fine a se stesso. Mi stimola il tentare di capire il perché in questo periodo storico ci troviamo così spesso, troppo spesso, vicino al margine estremo delle cose. Per fare questo credo si debba sondare gli abissi e allo stesso tempo cercare la leggerezza; un po’ come diceva Calvino. Negli ultimi tempi mi sforzo di approcciarmi al mondo con questo intento, penso che in questo momento di vita la mia vocazione sia questa. Ma come tutti i proponimenti degli uomini anche il mio è destinato a fallire, anche perché racchiude una volontà forse pretestuosa e una vocazione troppo ambiziosa”.

Non crede che la musica debba farsi carico anche di una denuncia sociale oltre che di una riflessione filosofica?

“Apprezzo molto chi scrive del quotidiano, è una cosa che non riesco a fare. Il mio non poter fare a meno di cercare sempre l’assoluto, oltre ad essere un’operazione che mi pesa terribilmente, è una maniera per nascondermi e per evitare la mia incapacità di parlare del quotidiano. Non penso che riuscirò mai a scrivere cose che hanno un tempo o uno spazio ben definito. Riesco a tratteggiare punti di riferimento storici o sociologici ma non a tracciare nettamente riferimenti specifici”.

A volte, tuttavia, la realtà irrompe nelle sue canzoni. Il verso “ho perso falangi nei combattimenti e nelle fabbriche” del brano ‘Io ho visto’, pur rivolgendosi all’essere umano come entità, è un chiaro riferimento agli incidenti sul lavoro. Oggi che le cronache sono tristemente affollate di suicidi per la perdita di lavoro, quale crede sia il posto del lavoro nella società odierna, lavoro e dignità fanno ancora parte dello stesso campo semantico?

“Credo abbiano divorziato da tempo. In Italia l’impero del pensiero brianzolo – che ci ha condotto all’attuale tracollo – ha fatto sì che lavoro e dignità si disgiungessero. Se è vero che gli uomini hanno bisogno di un margine per riuscire a mantenersi in equilibrio e per continuare ad avere un orizzonte, il lavoro  dovrebbe essere quel margine, e per tutto l’800 e il ‘900 lo è stato. Il margine per i miei genitori e per i miei nonni consisteva nella certezza di sapere che lavorando per tutta la vita  avrebbero costruito qualcosa. Basti pensare all’uniforme – quando ero piccolo ed entravo in una macelleria i commessi avevano il camice marrone, il tecnico del suono aveva il camice bianco: questo dava un senso di solidità esistenziale, almeno relativamente al ruolo materiale dell’individuo nella società. Il rendere sempre più impalpabile questo margine fino a eliminarlo ha portato le persone a perdere una parte della propria identità inducendole così alla disperazione e, in casi estremi, al suicidio”.

Cosa pensa della polemica che si è scatenata – dapprima a Milano e da qualche giorno anche qui in Emilia Romagna, con la data di Casalecchio di Reno alle porte di Bologna –  intorno alla pièce teatrale ‘Sul concetto del volto del figlio di dio’ del regista romagnolo Romeo Castellucci?

“Non posso giudicare l’opera, non l’ho vista. Constato solo che si sono infilati, nessuno escluso, in un bel ginepraio. Parlando in generale: l’arte, ed io ne parlo con la a minuscola – la vera arte si vede nelle strade, nei gesti inconsci dei bambini, nelle persone innamorate dello stupore e di un’altra persona, ma anche nei gesti più biechi dell’uomo -, quando è provocazione fine a se stessa, fa ridere. Credo sia molto più blasfemo e provocatore un film come l’Angelo Sterminatore di Buñuel di tanta arte contemporanea. Personalmente preferisco avere un atteggiamento sommesso quando si  ha a che  fare con l’assoluto. Io non credo in Dio, ma credo alla trascendenza. Credo nel rapporto che si instaura tra gli esseri umani, nel legame tra l’individuo e il mondo, nella connessione  di interiorità ed esteriorità. Questo mia concezione della trascendenza è affine a quello che Pasolini definiva come ‘il sacro’. Io non bestemmio questa visione del sacro. Anche se, a dire il vero, nei confronti di altre forme di assoluto, a volte mi capita di essere blasfemo”.

In Hermnann canta: “Ho visto inverni piegare gli alberi […] ma la mia vita canta d’amore”. Nonostante i suoi testi parlino spesso di sofferenza scaturisce sempre l’amore…

“L’amore è la forza vitale, ed è più forte di noi. L’amore in quanto a-mors – negazione della morte – è realmente una fattore condizionante che non possiamo controllare. In questo momento storico l’amore ha tantissime sfaccettature e incorre in molti pericoli. Se non si ha coscienza del proprio sentire, si finisce o con il distruggere se stessi o l’obiettivo dei propri desideri. É un periodo davvero difficile per gli uomini perché, a fronte di uno sviluppo tecnologico abnorme, non è stata coltivata la coscienza dei sentimenti”.

Il suo ultimo lavoro è uscito ormai da un anno. Come pensa l’abbia percepito l’ascoltatore e come l’ha introiettato lei, è cambiato il modo in cui lo sente e il modo in cui lo propone al pubblico?

“Io ho capito alcuni brani e la profondità di certi concetti nel tempo, e credo sia giusto così. Queste cose si fanno perché se ne sente il bisogno, ma il perché di quel bisogno lo si capisce solamente col tempo. É più l’inconscio che mi guida del conscio; e questa è una cosa molto bella, a mio parere. Per fare quello che faccio devo assolutamente perdere il controllo di me. Certo, poi diventa poi più difficile tornare su di un piano razionale e fare cose come andare alla Coop o pagare l’affitto.  Sono stupito dal fatto di aver realizzato un lavoro corale assieme ad altre persone. Paolo Benvegnù è praticamente un collettivo, potrei chiamarli I Paolo Benvegnù. Mi piace l’aver avuto la forza di non fidarmi solo di me. Per quanto riguarda quel che è successo all’esterno del gruppo non posso che essere contento e stupito che qualcuno abbia avuto la voglia di entrare in relazione con questo disco, disco difficile che ha molte chiavi di lettura. Vedremo cosa succederà nel prossimo lavoro, le idee ci sono ma non ho ancora scritto nulla: ho compreso cose nuove ma non so ancora come dirle”.

Ha qualche rammarico, o come uomo o come musicista?

“Se c’è un rammarico è quello di avere studiato poco. Per studio intendo l’arte di capire ciò che è fuori per capire meglio quello che abbiamo dentro. Probabilmente avrei fatto gli stessi errori, ma con una consapevolezza maggiore. La dissolutezza vissuta in maniera inconscia può essere interessante, ma se dentro si ha un qualcosa che porta all’autodistruzione allora è meglio farlo con consapevolezza. Ogni opera d’arte parla di noi, indipendentemente dalla moralità dell’autore. Carrol, ad esempio, umanamente era un mostro ma leggendolo si diviene più consci. Lui era quel che io chiamo un avvisatore. Dovremmo ascoltarli di più, gli avvisatori.  Il più delle volte non ci rendiamo conto dei segni esterni; è una grave mancanza di sensibilità, la vita degli altri parla di noi. Per questo, sebbene io scriva per terapia, spero che quel che faccio possa servire anche a qualcun altro”.

di Matteo Poppi