Gentile Sindaco,
anche se non ci conosciamo direttamente, da madre a padre, ritengo mio dovere informarla di alcuni fatti che sono accaduti nel condominio in cui abito, il giorno 2 giugno scorso. Si tratta di fatti per i quali la mia famiglia è ancora sotto choc, e che hanno coinvolto anche suo figlio. Non sono in grado di fornirle dettagli riguardo al ruolo di suo figlio in questi avvenimenti, al di là del suo esserne stato testimone e spettatore: questa è una valutazione che farà lei.

Le racconto tutto, con la massima fedeltà ai fatti, e la freddezza da cronista, quale, peraltro, sono. Un gruppo di ragazzine, conoscenti di una coetanea che abita nel nostro condominio, e che era in quel momento assente, sono entrate (benché non invitate e non accompagnate da nessun condomino), nella piscina del complesso dove abitiamo, alla Camilluccia. Si sono fatte in seguito raggiungere da un gruppetto di ragazzini, tutti minorenni, tra i quali suo figlio, apparentemente accompagnato da una vettura con autista. Alcuni dei ragazzi hanno cominciato a esibirsi in saluti romani e gesti fascisti. Era presente in piscina anche uno dei miei tre figli, assieme ad alcuni compagni di scuola, tutti quindicenni.

Uno di questi, Luca (nome di fantasia inserito dal “Fatto“, ndr) peraltro di antica e notoria fede politica di destra (per quanto di fede politica si possa parlare, a quell’età), ha raggiunto i ragazzini e li ha invitati a desistere da un’esibizione di cattivo gusto e fuori luogo, che avrebbe potuto infastidire i presenti, trovandosi loro, oltretutto, in casa d’altri. Dove nessuno, peraltro, li aveva invitati. Nessuno di loro ha reagito. Salvo uno, il quale, dopo aver minacciosamente dichiarato di essere iscritto al Blocco Studentesco di Piazza Melozzo di Forlì, ha fatto una telefonata dal suo cellulare.

Dopo circa mezz’ora, nel nostro condominio si è svolto un vero e proprio raid fascista, con feroce pestaggio, in perfetto stile da camicie nere. Un gruppo di giovani maggiorenni (dieci, dodici?), sono piombati a casa nostra a bordo di auto e moto. Mentre due mantenevano aperto il cancello e altri facevano da palo sulla stradina privata nella quale abitiamo, altri hanno fatto irruzione in piscina e si sono avventati in gruppo contro Luca, respingendo bruscamente indietro i suoi amici che tentavano di difenderlo. Lo hanno pestato con ferocia inaudita. Hanno infierito su di lui per mezzo di pugni, calci, colpi di caschi, mirando prevalentemente alla testa, fino a ridurlo una maschera di sangue.

Intanto ragazzine e ragazzini del gruppo di suo figlio assistevano al pestaggio come a uno spettacolo, alcuni ridacchiando. L’intervento di mio marito e di un altro condomino armato di una mazza da baseball, entrambi attirati dalle grida, ha salvato Luca da conseguenze che potevano essere drammatiche e ha messo in fuga tanto il gruppetto di minori, quanto gli aggressori. Un successivo inseguimento in auto, da parte di mio marito, gli ha permesso solo di annotare (parzialmente, ndr) la targa di una Mercedes. Grazie alla collaborazione della ragazzina che abita nel nostro condominio e di sua madre, abbiamo potuto convocare le ragazzine accompagnate dalle loro genitrici, e ottenere da loro la lista dei nomi dei loro amici presenti, compreso quello di suo figlio, nonché quello del ragazzino che aveva chiamato in soccorso i delinquenti adulti. Luca ha riportato ferite su tutto il volto, bozzi sulla testa, lividi e graffi sul collo e su tutto il corpo, difficoltà di vista da un occhio fino al giorno successivo.

Adesso sta meglio, ed è tornato a scuola, ma è sconvolto. Uno degli aspetti che mi hanno più colpito riguarda il fatto che Luca abbia impedito a sua madre di sporgere denuncia, e persino di accompagnarlo in ospedale. Ben conoscendo (e avendo appena subito), i metodi di certa gioventù di destra, è terrorizzato dall’ipotesi di rappresaglie. Capisco Luca e il suo terrore. Eppure, sia come madre sia come professionista impegnata da anni a denunciare e documentare l’impennata di violenza e di bullismo che sta contaminando le nuove generazioni, sono profondamente amareggiata anche da questo atteggiamento, che rafforza l’inclinazione di alcuni alla prevaricazione, e quasi li legittima, in un regime di silenzio contiguo all’omertà. Sono certa che la Digos, troverà quei criminali. Davanti a una vicenda così grave, e così piena di implicazioni sociali, io, oltre a informarla, com’era mio dovere fare, le chiedo di allearsi con noi. Vorrei che inducesse suo figlio a denunciare gli aggressori di Luca. O almeno, se non li conoscesse direttamente, a incoraggiare i suoi amici a fare i nomi. Il nostro scopo non è quello di farli punire penalmente. La punizione sarebbe comunque irrilevante (….) risponderebbero solo di violazione di domicilio. Ovvero l’unico reato che abbiamo potuto denunciare noi. Ci preme altro. Ci preme che questa brutta vicenda possa trasformarsi per tutti i protagonisti in una buona lezione di vita contro la violenza, la prepotenza, la vigliaccheria, l’omertà. Sono certa che in questa battaglia di civiltà e di formazione a beneficio dei nostri figli e della loro generazione, sarà accanto a noi. Spero a presto. Un saluto e grazie per l’attenzione.

Roma, 5 giugno 200

di Marida Lombardo Pijola Vitelli

da Il Fatto Quotidiano del 25 gennaio 2012