Il day after dell’approvazione delle sanzioni dell’Unione europea contro l’Iran è una tempesta di dichiarazioni, prese di posizione e minacce. In attesa, però, che nella Repubblica islamica arrivino gli ispettori dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica (Aiea), il cui atterraggio è previsto per il 29 gennaio. La missione dell’Aiea, annunciata ieri da Vienna dal direttore generale Yukiya Amano ha l’obiettivo di «risolvere tutte le questioni sostanziali» che in questo momento dividono l’Agenzia dal governo di Teheran, a proposito del controverso dossier nucleare. Del team faranno parte alcuni dei funzionari di vertice dell’Aiea, e non solo “semplici” tecnici e secondo Amano, la missione «andrà in Iran con spirito collaborativo e confidiamo che l’Iran voglia lavorare con noi con lo stesso spirito».

Un piccolo spiraglio dunque, nel muro contro muro internazionale. Uno spiraglio che potrebbe raffreddare la temperatura politica, in lenta ma costante ascesa, nonostante alcuni “segnali” indiretti di buona volontà come la liberazione compiuta dalla US Navy di due equipaggi iraniani ostaggi dei pirati.

Le reazioni alla decisione europea non si sono fatte attende. All’approvazione arrivata dalla Casa bianca, si è sommato il commento positivo del governo israeliano, secondo il quale «le sanzioni allontanano l’opzione militare». Di segno del tutto opposto, invece, i commenti da Mosca. Il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov ha accusato l’Ue di «chiudere la porta alle trattative» e di rendere più difficile una mediazione internazionale che possa sbloccare la situazione. Secondo il ministro degli esteri italiano Giulio Terzi di Sant’Agata, tuttavia, proprio le sanzioni servirebbero a «disinnescare l’opzione militare», che rimane sul tavolo, anche se come estrema risorsa perché «avrebbe effetti dirompenti su tutta la regione». Le sazioni, ha detto ancora Terzi, «stanno avendo effetto e la leadership iraniana sta cercando di aggirarle». Il punto, per l’Iran come per il blocco occidentale (a cui potrebbe unirsi anche l’Australia, che però pesa poco per le importazioni di greggio iraniano) è riuscire a convincere i paesi asiatici, principali clienti di Teheran a unirsi all’embargo. La Cina non sembra intenzionata a farlo, mentre per India e Corea del sud, la ritirata dei compratori occidentali potrebbe essere l’occasione per ottenere contratti più vantaggiosi.

Soprattutto, bisogna cercare un’alternativa ai due milioni e mezzo di barili che l’Iran immette ogni giorno sul mercato mondiale del greggio. E l’unico paese in grado di supplire in breve tempo a questo “buco” è l’Arabia Saudita. Il governo di Riad ha già iniziato a studiare un possibile aumento della produzione di due milioni di barili al giorno, ma Teheran, alcuni giorni fa, ha fatto sapere che una simile azione sarebbe considerata come un atto ostile. Tra i due paesi, ai ferri corti per la supremazia nel mondo musulmano e rispettivamente principale potenza sunnita e sciita, da tempo è latente la tensione, per molti motivi: la repressione delle proteste sciite in Bahrein e nella stessa Arabia, nonché il “duello” a distanza per il controllo politico dell’Iraq, fino alle voci, mai confermate del tutto ma nemmeno smentite definitivamente, di contatti tra le forze armate del regno saudita e quelle israeliane in vista di un possibile blitz contro gli impianti nucleari iraniani.

Ramin Mehmanparast, portavoce del ministero degli esteri di Teheran, parla apertamente di «guerra psicologica» contro la Repubblica islamica. «Il metodo delle minacce, delle pressioni e le sanzioni ingiuste – ha detto questa mattina in conferenza stampa a Teheran – è destinato a fallire. Le sanzioni europee sono illogiche e ingiuste e non riusciranno a distogliere la nostra nazione dalla difesa dei suoi diritti». secondo Mehmanparast, il ministero del petrolio si era da tempo preparato a questa eventualità e «adotterà le misure necessarie». «Ogni paese dovrebbe pensare innanzi tutto ai propri interessi – ha aggiunto Mehmanparast – E rendersi conto che appena abbandonerà il mercato energetico iraniano, il suo posto sarà preso da qualcun’altro». Un messaggio chiaro a quei governi che, come l’Italia (10 per cento dell’export petrolifero iraniano) hanno più da perdere di altri.

di Joseph Zarlingo