Trenta righe su 117 pagine. E’ lo spazio dedicato agli ordini professionali nel decreto sulle liberalizzazioni approvato ieri dal Governo. Sufficiente però a suscitare le ire di avvocati, notai, architetti, commercialisti, ingegneri e consulenti del lavoro che questa mattina si sono riuniti al Teatro Dal Verme di Milano. Una mobilitazione che il Forum delle professioni intellettuali aveva indetto da giorni, quando il decreto non aveva ancora una forma definita. Ma le proposte contenute nelle bozze avevano già messo in allarme gli Ordini professionali.

Categorie diverse, oggi compatte come poche volte in passato. Il popolo dei professionisti riempie i 1400 posti a sedere del teatro. Qualcuno resta in piedi; alla fine la sala è talmente gremita che viene bloccato l’ingresso. Sul palco il presidente dei commercialisti di Milano Alessandro Solidoro, la vicepresidente del comitato notarile del Triveneto Eliana Morandi, l’avvocato ed ex presidente del Consiglio Nazionale Forense Remo Danovi e l’architetto Giuseppe Capocchin che presiede il Comitato Unitario Professioni del Veneto. “Siamo la materia grigia del Paese”, dicono, sostenendo che c’è un “attacco al sistema delle professioni”. E, uno per uno, elencano i motivi per cui questo decreto non gli va giù.

Prima di tutto, l’abolizione delle tariffe massime e minime. La riforma Bersani, nel 2006, le aveva di fatto già sospese. Lo ammette anche il presidente Solidoro. Che spiega: “Le tariffe non servono a fissare un prezzo, ma costituiscono un punto di riferimento per capire se una parcella è al di sopra o al di sotto della media”. Gli fa eco Silvia Fulvi, presidente nazionale dei giovani notai: “Con il decreto vengono a mancare i paletti necessari per capire se una prestazione ha un prezzo congruo”.

Eppure un’asticella resta: la nuova normativa infatti prevede che in caso di contenzioso sul compenso tra professionista e cliente, il giudice decida in base a parametri fissati dal Ministero. “Così le tariffe escono dalla porta e rientrano dalla finestra”, riconosce Solidoro. Tuttavia, stabilisce il decreto, il professionista dovrà presentare al cliente un preventivo delle spese, in assenza del quale commette un illecito disciplinare.

Altra novità è quella sul tirocinio professionale: un aspirante avvocato potrà svolgere i primi sei mesi di praticantato già durante l’ultimo anno di università, accorciando così i tempi. Ma dopo la laurea lo aspetta comunque un altro anno e mezzo da passare nello studio legale, senza alcun rimborso spese obbligatorio. E’ un tema caldo, quello dell’accesso alla professione. Gli Ordini alzano le barricate: guai a chi tocca l’esame, dicono. E citano un sondaggio commissionato per l’occasione all’Ispo di Renato Mannheimer: per gli italiani proprio quella selezione garantisce la qualità dell’attività di un professionista. “Semmai è l’Università che oggi non prepara all’accesso nel mondo del lavoro”, ribatte il presidente dell’Ordine dei commercialisti di Milano.

Ma il punto più criticato, oggi al Dal Verme, non è nemmeno contenuto nel decreto Monti. Si tratta della possibilità di costituire uno studio professionale nella forma di società di capitale. Un’opzione prevista dal maxiemendamento al patto di stabilità, l’ultimo provvedimento del governo Berlusconi. “In questo modo viene lesa la nostra autonomia”, sostiene Elisabetta Mazzola, consigliere dell’Ordine degli Architetti di Torino e vice coordinatore dei Giovani Architetti. “Se uno è socio con una percentuale di minoranza non può permettersi il lusso di rifiutare un lavoro. Anche se contrario alla propria etica. Per non rischiare di essere licenziato dovrebbe accettare”.

“La società di capitale risponde a logiche industriali”, accusa Marcello Adriano Mazzola, presidente milanese dell’Associazione Italiana Giovani Avvocati. “Questo disegno rischia di demolire l’avvocatura, trasformando il legale in un dipendente, il tutto in favore di Confindustria e dell’Abi (che hanno dichiarato di apprezzare il provvedimento, ndr) che così potranno mettere le mani su una fetta importante del Pil italiano. Quello assicurato dai professionisti con il loro lavoro”. E anche sul decreto di ieri Mazzola non nasconde perplessità, definendolo “un’occasione persa, che lascia una situazione complessa e fumosa”.

Il presidente di Aiga Milano e gli altri professionisti si augurano che qualcosa in quelle trenta righe possa cambiare durante il passaggio alle Camere. E il messaggio ai politici presenti al Dal Verme sembra arrivato. L’ex ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini, l’esperto di lavoro del Pd Tiziano Treu e Nedo Poli dell’Udc si dicono pronti a “modifiche e miglioramenti” in Parlamento.

di Giuliana De Vivo e Filippo Santelli