Il cratere di un'autobomba esplosa a Baghdad il 22 dicembre 2011

Lunedì 16 gennaio un’autobomba è esplosa nel campo profughi di Al-Ghadir, nella cittadina di Bartala, nel Kurdistan iracheno, non lontano da Mosul. Undici persone sono rimaste uccise. Erano tutti shabak, membri di una minoranza etnica composta da circa 30mila persone, concentrate in una trentina di villaggi attorno a Ninive. Gli shabak, le cui origini etniche sono ancora oggetto di controversia, hanno una propria lingua e la loro religione è un misto di islam sciita e tradizioni autoctone.

Due giorni prima dell’attentato a Bartala, una serie di attacchi coordinati, tra autobomba e kamikaze, hanno seminato morte a Ramadi, città a un centinaio di chilometri dalla capitale irachena Baghdad, nella provincia di Anbar, una di quelle a maggioranza sunnita. Almeno 13 persone sono morte e una decina sono rimaste ferite. Dal ritiro completo delle truppe statunitensi, lo scorso 18 dicembre, una serie di attacchi e attentati ha fatto alzare il livello dello scontro interno in Iraq: il 22 dicembre una settantina di persone sono rimaste uccise e oltre 200 ferite per una serie di esplosioni in diverse zone di Baghdad; all’inizio di gennaio, il 5, più di 70 persone sono morte e 100 sono rimaste ferite per un’altra ondata di attentati, stavolta diretti contro pellegrini sciiti, sia a Baghdad che a Nassiriya. L’attacco del 22 dicembre, cinque giorni più tardi è stato rivendicato dal “ramo” di al Qaida ancora attivo in Iraq.

La sensazione degli osservatori internazionali è che si stia ripetendo uno scenario simile a quello della “guerra civile” non dichiarata che ha insanguinato il paese tra il 2005 e il 2007, quando attentati incrociati tra sunniti e sciiti erano all’ordine del giorno. A complicare il quadro oggi, però, c’è anche una crisi politica molto complessa, innescata il 19 dicembre, dall’ordine di arresto per il vicepresidente (sunnita) Tariq al-Hashimi, accusato di strage, corruzione e terrorismo, proprio per fatti risalenti al periodo 2005-2006. Hashimi è scappato in Kurdistan, dove ha ottenuto la protezione del presidente dell’Iraq, Jalal Talabani, che è uno dei due principali leader politici kurdi. L’altro, Massoud Barzani, presidente del governo regionale kurdo, si è invece schierato con il primo ministro iracheno Nuri al Maliki (sciita), che sostiene le accuse contro al-Hashimi. Il vicepresidente ha detto che non vuole sottoporsi a processo a Baghdad, perché secondo lui le accuse sono state fabbricate ad arte dall’entourage di al-Maliki che controlla di fatto i servizi di intelligence. A Bassora, nel sud saldamente sciita, la scorsa settimana, centinaia di persone hanno manifestato contro Talabani accusando il presidente, oltre che di “sottrarre” al-Hashimi al corso della giustizia, di essere dietro l’ondata di attacchi contro gli sciiti.

A complicare una situazione già ingarbugliata, ci si mettono le onde lunghe delle altre crisi regionali: l’instabilità in Siria e la tensione attorno al dossier nucleare iraniano. Pochi giorni fa, il quotidiano francese Le Figaro ha scritto che nel Kurdistan iracheno – una regione di fatto fuori dal controllo del governo centrale – i servizi di intelligence israeliani reclutano dissidenti iraniani e li addestrano a colpire nella Repubblica islamica. Un eventuale blocco dello stretto di Hormuz sarebbe un colpo fatale per l’industria petrolifera irachena, che non è ancora tornata ai livelli di produzione ed esportazione precedenti la guerra del 2003.

Per la Siria, nonostante la storica rivalità tra Damasco e Baghdad per “l’anima” del partito Baath, il governo iracheno si è astenuto quando la Lega Araba ha votato per l’espulsione della Siria. La possibilità che in Siria si vada verso una guerra civile – scenario evocato più volte dal premier turco Recep Tayyip Erdogan – preoccupa i governanti a Baghdad, che temono che sia l’Iraq il primo campo di battaglia nello scontro tra sciiti e sunniti che secondo alcuni analisti potrebbe essere vicino a esplodere. Le scintille d’attrito ci sono tutte, dalla Siria fino al Belucistan pakistano.

E lunedì 16 il governo iracheno ha convocato l’ambasciatore turco a Baghdad per protestare formalmente contro l’appoggio che la Turchia darebbe al ricercato al-Hashimi. Appoggio dovuto, secondo Baghdad, dalla volontà turca di sostenere la fazione sunnita. A una “guerra fredda” tra le due principali correnti dell’Islam, poi, ha fatto esplicito riferimento il ministro degli esteri di Ankara, Ahmet Davutoglu, nella sua visita di pochi giorni fa a Teheran. Le due principali potenze regionali, una sunnita e l’altra sciita, nessuna delle due araba, cercano di mantenere aperto un dialogo che si complica dopo ogni giro della vite internazionale contro Teheran e dopo ogni bomba che esplode lungo le faglie di divisioni identitarie spesso irrigidite per puro azzardo politico.

Joseph Zarlingo