Il movimento dei forconi

Gli “indignati” di Sicilia hanno rispolverato un’icona di chi lavora la terra: il forcone. In Trinacria è diventato il simbolo di un movimento di agricoltori che vuol far sentire la propria voce. Quelli dei forconi sono assolutamente determinati. Perché non hanno più nulla da perdere. Le loro aziende agricole sono in default. Quello che producono non genera più profitto, è solo un costo. Arance e pomodori, grano e zucchine non hanno più valore. I prezzi al mercato ortofrutticolo sono alterati dalla globalizzazione, dalla grande distribuzione, da prodotti importati spacciati per locali. Un chilo di limoni ormai si vende a meno di 30 centesimi di euro. Trasportarlo su un tir che va al Nord costa più del doppio.

L’economia agricola, che nell’isola coinvolge un milione di persone, è al tracollo. La domanda dei “forconi” è semplice: che succede se in Sicilia l’agricoltura si ferma? Se la rabbia degli agricoltori si unisce a quella dei trasportatori? L’alleanza tra i forconi, i trattori e i tir forse stavolta farà la differenza. Gli autotrasportatori dell’Aias hanno aderito alla protesta e si fermeranno. La scommessa è quella di riuscire a trasformarsi in “una forza d’urto”. Cinque giorni di mobilitazione a partire da domani, lunedì 16 gennaio. In strada agricoltori, pastori, autotrasportatori, commercianti, pescatori, commercianti. Tutti insieme per chiedere la defiscalizzazione dei carburanti e dell’energia elettrica, l’utilizzo dei fondi europei per lo sviluppo per risolvere la crisi dell’agricoltura e il blocco delle procedure esecutive della Serit, l’agenzia siciliana di riscossione dei tributi.

“Occuperemo luoghi strategici e simbolici in tutta la regione: snodi autostradali, porti, raffinerie, aeroporti, banche e sedi della Serit”, annuncia Mariano Ferro, 52 anni, che ha smesso di coltivare ortaggi in serra ed è uno dei leader della protesta dei forconi. “Vogliamo scrivere una pagina nella storia della Sicilia. Siamo stanchi di false promesse. Della politica che non dà risposte. Vogliamo che la gente torni a manifestare la sua indignazione e la sua voglia di cambiamento. E che il governo di Palermo ci ascolti”. Ferro è di Avola, fino a qualche anno fa uno dei centri agricoli più ricchi della provincia di Siracusa. Per chi ha memoria anche luogo di una pagina triste, passata alla storia come i “fatti di Avola”: era il 2 dicembre del ’68, la polizia sparò su un blocco stradale di braccianti agricoli in sciopero, 48 feriti e due morti.

di Renata Storaci