Dal 1 gennaio 2012 è entrato in vigore il divieto in tutta Europa di allevare le galline ovaiole nelle cosiddette “batterie”, le gabbiette singole grandi circa come un foglio di carta A4. Esultano gli animalisti che vedono la fine della “vita sotto tortura” per i volatili. Ma 11 Paesi Ue, Italia compresa, si devono ancora adeguare alla nuova normativa.

I numeri del settore sono da capogiro: 400 milioni di capi avicoli allevati in Europa, 50 dei quali in Italia, con Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna tra i maggiori produttori. Buona parte di questi animali, secondo le associazioni, vengono allevati proprio nelle batterie con l’ausilio di ventilazione e illuminazione forzata allo scopo di aumentarne la produzione. “Una vera tortura”, secondo la Lega anti vivisezione (Lav): “Le povere bestie vengono privati dei loro bisogni elementari: muoversi, razzolare, covare, fare bagni di terra”.

Proprio per questo motivo, l’Ue già nel 1999 ha iniziato il percorso legislativo che ha portato al divieto di oggi, dando agli Stati membri ben 12 anni per adeguarsi alla nuova normativa. Ma a quanto pare, il lasso di tempo concesso non è stato abbastanza, dal momento che ben 11 Paesi su 27 si devono ancora adeguare. Secondo l’Intergruppo per il benessere degli animali al Parlamento europeo, ci sono 539 allevamenti intensivi con 37 milioni di galline in Spagna, 453 allevamenti con 19 milioni in Francia e ben 577 allevamenti con 27 milioni in Italia.

Proprio Roma tra i maggiori produttori europei di pollame, è tra i paesi ancora “fuorilegge”. Una situazione aggravata da un emendamento alla legge comunitaria 2011 predisposto dal precedente governo Berlusconi, che prevede “la non sanzionabilità di molte violazioni nella filiera ovaiola (dall’allevamento alla vendita), la cancellazione dell’aggravante per i soggetti che ripetono le violazioni, e una sanatoria per le diciture facoltative in contrasto con il Regolamento sulla etichettatura delle uova”. In teoria, il decreto Salva-Italia del Governo Monti dovrebbe migliorare un po’ la situazione, ma il contrasto con la normativa comunitaria ereditato resta evidente. E in questo caso Bruxelles risponde con avvertimenti e multe.

Già a novembre scorso la Coldiretti aveva avvisato che “la normativa andrà ad impattare pesantemente sulle aziende produttrici di uova con galline in batteria”. Soltanto per il Veneto, tra i maggiori produttori, l’associazione stimava “spese per i produttori pari a 40 milioni di euro con una ulteriore perdita di reddito per la conseguente riduzione dei capi pari a circa 20 milioni di euro”. Ma a questo punto la domanda sorge spontanea: se la Direttiva europea risale al 1999, perché non ci si è adeguati in tempo?

Sta di fatto che, secondo l’Unione nazionale avicoltura, in Italia il divieto interesserebbe ben 55 milioni di galline e 4970 allevamenti nazionali, cifre addirittura maggiori di quanto stimato dall’Europarlamento. E poi c’è il problema delle uova prodotte dalle galline in batteria e già in commercio. In teoria, prodotte “illegalmente”. Per salvare capra e cavoli, a Bruxelles i Paesi non in regola hanno cercato fino all’ultimo di mediare per ottenere un ulteriore proroga all’entrata in vigore del divieto, soprattutto al consiglio Agricoltura del 21 febbraio 2011. Ma a questo punto sono subentrati anche gli interessi commerciali di quei Paesi, come Germania e Gran Bretagna, che si sono già adeguati alla normativa. Perché non vi siete uniformati in tempo? Chiedono. Bella domanda.