Il tribunale di sorveglianza di Venezia si è espresso e ha detto sì alla richiesta di semilibertà per Marino Occhipinti, uno dei componenti della banda della Uno bianca condannato all’ergastolo perché il 19 febbraio 1998 partecipò all’assalto alla Coop di Casalecchio di Reno in cui venne ucciso Carlo Beccari, la guardia giurata di 26 anni che faceva parte della squadra che doveva ritirare l’incasso del supermercato. Per l’ex poliziotto, dunque, si aprono dopo poco più di 17 anni (venne arrestato nel novembre 1994) le porte del carcere per “trascorrere parte del giorno fuori dell’istituto [e] partecipare ad attività lavorative, istruttive o comunque utili al reinserimento sociale”, dice la norma.

Una norma che per Rosanna Zecchi, presidente dei familiari delle vittime mietute dalla Uno bianca (24 i morti e 103 i feriti), “è da cambiare dato tutela gli assassini. Occhipinti ha ucciso perché non si va a fare una rapina con un fucile a pompa e poi lo consideriamo complice dei fatti di sangue avvenuti nei 6 anni successivi dato che è stato zitto, non ha denunciato ciò che gli altri componenti della banda stavano facendo”.

Rosanna Zecchi, moglie di Primo, falciato a Bologna il 6 ottobre 1990 perché aveva assistito a un altro assalto e aveva trascritto il numero di targa di un’auto rubata, sospira alla conferma della notizia della richiesta di semilibertà circolata a inizio d’anno, alla vigilia della strage del Pilastro, la mattanza di tre giovanissimi carabinieri che in totale facevano 61 anni e che vennero uccisi nel quartiere alla periferia Nord del capoluogo il 4 gennaio 1991. “Quando mi hanno detto che aveva chiesto davvero i benefici di legge”, ha detto la presidente dei familiari, “non ci credevo. Ho pensato ‘non è vero, non glieli danno’. Invece è accaduto. I politicanti dicono di voler aprire le carceri e se cominciano con lui…”

Zecchi allude agli altri componenti della banda. Se un altro ex poliziotto, Pietro Gugliotta, era stato scarcerato nell’agosto 2008 dopo aver scontato buona parte dei 18 anni di galera che gli erano stati comminati dopo le condanne subite a Bologna e a Rimini, il riferimento è ai fratelli Savi. A iniziare dal capobanda, la mente, Roberto, che vestiva pure lui una divisa ed era in forza alla questura di Bologna. Ma poi anche Fabio, sbirro mancato per un difetto di vista, il più violento del gruppo, e Alberto, il più giovane dei fratelli e il più impressionato dalla ferocia della banda. Non abbastanza però per evitare di partecipare all’eccidio del Pilastro, dove vennero ammazzati i carabinieri Otello Stefanini, Andrea Moneta e Mauro Mitilini. Né per denunciare, dato che pure lui vestiva la divisa della polizia di Stato.

“Non sappiamo più cosa fare”, aggiunge Rosanna Zecchi perché sa che la strada dei benefici di legge, apertasi per Occhipinti, si può distendere anche per gli altri. Non che non ci avessero già provato. Roberto Savi aveva sparato una richiesta di grazia dopo la promulgazione dell’indulto del luglio 2006. Non ne aveva informato neanche il suo avvocato e quella domanda, ritenuta così sproporzionata rispetto alla portata dei crimini commessi, aveva suscitato un vespaio di polemiche che lo avevano indotto a ritirarla.

Fabio Savi, invece, ai tempi in cui era rinchiuso nel supercarcere di Voghera, aveva per un mese fatto lo sciopero della fame per puntellare un’altra richiesta: il trasferimento in un carcere più vicino alla moglie sposata dopo la condanna e la possibilità di lavorare per mantenere la famiglia. Risultato? Rifiuto del cibo interrotto e nuovo soggiorno nell’istituto di massima sicurezza di Spoleto. Infine Alberto Savi, il 23 ottobre 2010, aveva fatto richiesta di uscire dopo aver scritto ai familiari delle vittime chiedendo perdono. Nulla da fare neanche in questo caso.

“Ma per quanto?” chiede ancora Rosanna Zecchi. “L’ex ministro della giustizia Angelino Alfano ci aveva detto che avrebbe vigilato e che avrebbe parlato con i giudici di sorveglianza competenti. Lui adesso non è più in carica, ma questo è il risultato. Adesso mi domandano se voglio andare dal nuovo ministro, ma a fare che? Come associazione non possiamo fare altro che prendere atto di questa decisione”.

Una decisione che giunge quasi 24 anni dopo l’assalto che costò la vita a Carlo Beccari. Accade una sera poco la chiusura della Coop di Casalecchio di Reno. Quando giunse il furgone con i vigilantes a bordo (la vittima era alla guida), le guardie giurate scesero e iniziarono a mettersi in formazione accanto alla cassa continua. Ma prima di potersi rendere conto di qualsiasi fatto strano, deflagrò una carica esplosiva e i banditi aprirono il fuoco. Beccari, raggiunto da un proiettile alla gola, morì e gli altri, i bolognesi Francesco Cataldi e Alberto Giacomelli, insieme a Michele Nardella, che abitava a Granarolo Emilia ed era il più esperto del gruppo, rimasero feriti. Nelle ore immediatamente successive al colpo si temette per la vita di Cataldi, che aveva 25 anni ai tempi, portato in condizioni disperate al pronto soccorso dell’ospedale Maggiore.

Quel colpo, a cui partecipò Marino Occhipinti e che costò la vita a Carlo Beccari, è stato considerato in sede processuale uno di quelli della “prima svolta” della banda, che dagli assalti ai caselli autostradali dell’anno prima avrebbe portato negli anni a seguire a un dispiegamento di violenza sempre più ampia e ingiustificata rispetto ai rischi di una rapina. Una violenza che avrebbe fatto altre 21 vittime (prima c’erano stati un poliziotto, Antonio Mosca, ferito a morte il 3 ottobre 1987 lungo la A14, all’altezza di Cesena, e Gianpiero Picello, una guardia giurata freddata il 30 gennaio 1988 a Rimini ). A forza di morti ammazzati e rapine si sarebbe andati avanti fino al novembre 1994, quando per primo venne arrestato Roberto Savi e a seguire gli altri componenti della banda della Uno bianca.