Un quarto dei documenti stampati da Montecitorio nel corso della sua storia, riguardano “autorizzazioni a procedere” nei confronti dei deputati. È questa la singolare scoperta che si fa consultando il nuovo “Portale Storico” della Camera dei Deputati. Tra i 21.382 documenti mandati in stampa, 5.851 sono “richieste di autorizzazioni a procedere” nei confronti dei componenti dell’assemblea (alcuni ne hanno ricevuta più d’una). Il record spetta ovviamente alla XI legislatura, quella mandata a casa da Tangentopoli, che in soli due anni (durò dall’aprile del 1992 all’aprile del 1994) ne stampò la bellezza di 896. Segue la I con 802, la II (596) e la VI (560). Sono tanti e vari gli onorevoli e i reati che venivano loro contestati. Il primo, nel dopoguerra, fu Concetto Gallo, tra i fondatori del Movimento per l’Indipendenza della Sicilia, che all’epoca era qualcosa di più di uno schieramento politico. Fu arrestato sul finire del dicembre del ’45 dopo uno scontro a fuoco con i carabinieri. In giugno fu però eletto all’Assemblea Costituente e fu a essa che i magistrati andarono a bussare chiedendo l’autorizzazione a processarlo per i reati di “insurrezione armata contro i poteri dello stato, omicidio, tentati omicidi, sequestri di persona, estorsione, associazione a delinquere”. Reati che prevedevano l’arresto. Gli eletti di allora concessero l’autorizzazione a procedere ma negarono la carcerazione del deputato. Il carcere, del resto, prima di Alfonso Papa, la Camera lo aveva concesso solo per quattro deputati.

UN PAIO D’ANNI dopo, il 13 aprile del 1948, Severino Cavazzini, deputato ferrarese del Partito Comunista vicino al mondo agrario della Bassa, fu denunciato da un prete di Donada, in provincia di Treviso. Il parroco lo querelava per diffamazione aggravata perché sulla rivista Il Compagno, organo della federazione comunista di Rovigo, era uscito un testo anonimo dal titolo “Libidinose domande alle bambine del confessore parroco di Donada”. La Camera concesse l’autorizzazione per “fare piena luce sulla verità”, anche se i comunisti, nella propria relazione di minoranza, contestarono che, esistendo un processo aperto nei confronti del parroco per “atti di libidine”, sarebbe stato quello il luogo per far “piena luce sulla verità”. La relazione di minoranza attestava d’altronde come “il carattere politico del fatto” emergesse “chiaro dalle carte processuali”.

Istruttivo pensare che l’autorizzazione a procedere contro Cavazzini fu annunciata a Montecitorio il primo giugno del ’48 e arrivò all’attenzione della presidenza dell’assemblea tre anni dopo, il 31 luglio del ’51. Scorrendo questa documentazione ci si imbatte nella storia patria. Nel 1979 l’allora deputato Antonio Matarrese, presidente del Bari calcio, fu accusato dal pretore del capoluogo pugliese di “aver fatto svolgere abusivamente, nel locale stadio comunale, gli incontri di calcio” con la Nocerina e con la Sampdoria. Nel 1982, sempre la pretura chiedeva invece di processarlo per aver lasciato chiusi e non presidiati gli ingressi della tribuna numerata dello stadio durante Bari-Varese. Nell’agosto del ’96 arrivò invece alla Camera la richiesta di autorizzazione a procedere contro Umberto Bossi. Il pubblico ministero di Aosta, David Monti, voleva metterlo a confronto con Gianmario Ferramonti, leghista della prima ora all’epoca accusato di una truffa miliardaria (sarà scagionato anni dopo), ma il leader del Carroccio non si presenta ai magistrati. Perché? “Da notizie di stampa – annota il relatore Michele Saponara – si apprende che l’onorevole Bossi connoti il suo comportamento come un rifiuto del riconoscimento della legittimità dell’entità statuale cui appartengono le autorità giudiziarie disponenti e richiedenti”.

L’enorme mole di materiale messo in rete dall’archivio della Camera è una miniera d’oro. Per gli appassionati di “casta” si possono consultare ben 125 documenti sul bilancio interno di Montecitorio (alcuni link sono ancora difettosi) e scoprire alcune curiosità, come quella legata al conto consuntivo per l’esercizio finanziario della Camera per gli anni 1946-1947. I deputati Questori annotano come lo stanziamento del Tesoro di 225 milioni di lire fosse alla fine stato insufficiente. “Di fronte a tale previsione iniziale le entrate effettive accertate – scrivono – sono state di 506.392.485,20 lire, con una differenza in più di lire 281.392.485,20”. I maggiori bisogni dell’allora Assemblea Costituente erano costituiti essenzialmente da due voci: l’aumento delle indennità degli onorevoli deputati dell’Assemblea costituente e il miglioramento economico del personale applicato. L’ufficio di Presidenza che si riunì il 27 giugno del 1946, vale a dire neanche un mese dopo le storiche elezioni del 2 giugno, deliberò che il gettone di presenza, fino a allora ricevuto solo per le riunioni di Commissione, si assumesse anche per le sedute dell’assemblea plenaria. Il 27 febbraio del ’47, lo stesso ufficio, deliberò l’aumento dell’indennità da 25 a 30mila lire al mese e ritoccò l’indennità di presenza da mille a duemila per i deputati residenti fuori dalla Capitale. La spesa inizialmente prevista di 150 milioni per le indennità, arrivò così nei primi mesi della Repubblica, a 283. Nelle more si stanziarono anche 387.100 lire affinché gli onorevoli potessero viaggiare gratis. Ma solo sulla rete autoferrotranviaria di Roma.