Siria, funerali dopo gli attentati di fine dicembre
Siria, funerali dopo gli attentati di fine dicembre

Con una precisione insolita in Medio Oriente, esattamente dopo due settimane dal duplice attacco dinamitardo “di al Qaida” contro sedi dei servizi di sicurezza di Damasco, i media ufficiali siriani hanno oggi riferito di un attentato suicida commesso nel centro della capitale e che ha ucciso, secondo il bilancio definitivo, 26 persone e ferito altre 60. Questo mentre nel venerdì di preghiera islamica e di proteste anti-governative, gli attivisti hanno documentato l’uccisione di almeno 32 civili e di tre militari disertori.

E dal Cairo, il segretario generale della Lega Araba Nabil al Arabi ha chiesto al leader di Hamas palestinese, Khaled Meshaal, in esilio da anni a Damasco, di riferire al presidente Bashar al Assad che le violenze devono cessare.

La notizia dell’esplosione, riferita attorno alle 12 locali è giunta alla vigilia della consegna al Cairo del rapporto preliminare della missione degli osservatori della Lega Araba, una cui avanguardia era arrivata a Damasco il 22 dicembre scorso: poche ore prima del duplice attentato dalle autorità immediatamente attribuito ad al Qaida.

L’agenzia Sana ha riferito che una delegazione di osservatori arabi si è recata al capezzale dei feriti dell’attacco odierno per ascoltare le loro testimonianze. I funerali delle vittime, di cui non si conoscono però ancora le generalità né si sa se si tratti di civili o di agenti, si terranno alle 12 di sabato 7 gennaio nella moschea al Hasan di Midan, il quartiere a maggioranza sunnita scosso dall’esplosione.

Secondo la ricostruzione fornita dai media di regime, gli unici ad avere accesso al luogo dell’attacco, un kamikaze si è fatto esplodere nei pressi di una stazione di polizia. Le prime immagini della tv nazionale giunta tempestivamente sul posto hanno mostrato vigili urbani, poliziotti, altri in abiti civili ma armati, disperarsi e correre avanti e indietro per caricare i feriti sulle ambulanze. Alcuni dei passanti, tutti uomini, hanno mostrato alle telecamere brandelli di corpi, tra cui teste mozzate, piedi e persino un occhio, sollevandole da terra come se fossero viscere animali e gridando: “E’ questa la libertà?”. La tv di Stato ha commentato: “Non sappiamo chi è morto ma siamo sicuri che chi ha commesso questo attentato sono i cosiddetti manifestanti per la libertà”.

Midan, a due passi dalla città vecchia, è da settimane il fulcro della protesta pacifica di Damasco. Attorno alle 12:30 era previsto per oggi l’ennesimo raduno anti-regime, ma l’esplosione e il conseguente dispiegamento massiccio di forze di sicurezza ha impedito ogni assembramento.

Le proteste si sono comunque svolte in tutti gli epicentri della rivolta, in oltre cento località della Siria, secondo quanto riferito dai Comitati di coordinamento locali degli attivisti. Tra questi, spiccano anche Homs, Hama, Daraa, Idlib, Dayr az Zor, Qamishli e i sobborghi di Damasco, tutti con slogan e striscioni di solidarietà con gli abitanti di Midan.

“Risponderemo con il pugno di ferro contro chiunque sia tentato di giocare con la sicurezza del Paese o dei suoi cittadini”, ha detto in serata il ministro dell’Interno siriano, Ibrahim al Shaar, riferendosi all’”attentato” odierno.

E il pugno di ferro del regime, che da 41 anni si abbatte contro chiunque esprima il dissenso, in dieci mesi di proteste ha causato – secondo il bilancio dettagliato e aggiornato degli attivisti – oltre 6.000 uccisi si cui 4.800 civili. Gli ultimi della lista sono i 35 di oggi, sparsi tra Hama, Homs, sobborghi di Damasco, Idlib e Daraa. Tra loro si contano una donna, un sedicenne e tre militari disertori.

Ad annunciare la sua defezione è stato stasera anche il il generale Mustafa al Shaykh, il primo del suo alto grado a disertare. Lo ha fatto tramite un comunicato registrato e trasmesso dalla tv panaraba al Jazira. Il generale ha invitato tutti i militari, “e in particolare gli ufficiali”, a unirsi ai manifestanti “contro i crimini del regime”.

In serata, il movimento sciita libanese Hezbollah, alleato di Siria e Iran, ha accusato gli Stati Uniti – come aveva già fatto il 23 dicembre scorso dopo il duplice attacco a Damasco – di esser dietro l’attentato odierno. Mentre il Consiglio nazionale siriano (Cns), piattaforma degli oppositori all’estero a cui aderiscono anche i Comitati locali degli attivisti, attribuisce l’esplosione di Midan al regime stesso che, secondo il Cns, intende così terrorizzare i cittadini e sviare l’attenzione degli osservatori dalle proteste pacifiche e dalla repressione in corso dal 15 marzo.