I genitori di Andrea non ci stanno e preannunciano un ricorso contro la sentenza della I sezione civile del Tribunale di Mantova che ha imposto loro di cambiare il nome della figlia di 5 anni, chiamata appunto Andrea, in Andrée, per “indicare la sessualità in modo corretto”. I due affidano la replica al loro avvocato Sebastiano Riva Berni: “Ci aspettavamo questa sentenza – dice il legale – ma ciò non vuol dire che l’accettiamo. I miei assistiti ne fanno una questione di principio in quanto ritengono che cambiare il nome di una bambina di cinque anni possa avere delle conseguenze di natura psicologica ed essere causa di traumi. Temono che la loro piccola possa sentirsi, in un certo modo, usurpata di una porzione della propria personalità, di cui il nome che porta da cinque anni è parte integrante. Esauriti i gradi di giudizio previsti in Italia, non escludiamo la possibilità di rivolgerci alla Corte Europea”.

E poi ci sono le motivazioni con le quali i giudici mantovani hanno giustificato l’imposizione del cambio di nome: “A nostro parere – prosegue Riva Berni – i criteri seguiti dal Tribunale per emettere la sentenza rispondono a una legislazione anacronistica e anelastica, che non tiene conto della realtà in cui viviamo. Gian Maria è un nome da uomo o da donna? E Chanel?”. I magistrati mantovani hanno deciso di far cambiare il nome alla piccola in base all’evidenza che Andrea è un nome tipicamente maschile. Questo deriva dal greco “anèr-andròs” e identifica l’uomo nella sua mascolinità contrapposto alla donna. Detto questo, chiamare Andrea una bambina significherebbe, secondo la I sezione civile del Tribunale di Mantova presieduta da Mauro Bernardi, andare contro la legge, in particolare contro i criteri contenuti nella Circolare n. 27 del 2007 emanata dal Ministero dell’Interno : “La sessualità – scrivono nella sentenza – deve essere identificata in modo corretto, secondo le tradizioni”.

E poi a dire che si tratta di un nome tipicamente da maschio sono, sempre a parere dei togati mantovani, le statistiche dell’Istat secondo le quali Andrea, in Italia, è il terzo nome maschile più diffuso dopo Francesco e Alessandro. Va bene, ma all’estero, in Francia ad esempio dove la bambina al centro della querelle vive anche se la sua cittadinanza è italiana, Andrea è un nome da donna. Secca la replica riportata nella sentenza: “Nei paesi dove Andrea è riportato al femminile, lo stesso non può, per converso, essere attribuito al maschile”. Insomma, i genitori di Andrea, almeno sui documenti italiani, devono riportare il nome Andrée. “In fase di udienza – dice al proposito l’avvocato dei due coniugi emigrati in Francia da Castiglione delle Stiviere molti anni fa, ma molto legati alla loro terra d’origine e per questo hanno voluto mantenere al cittadinanza italiana della figlia – ha partecipato anche il pubblico ministero, che nella fattispecie è anche il Procuratore Capo del Tribunale di Mantova, Antonino Condorelli. Anche lui sembrava poco convinto della decisione presa e pure sul nome Andrée aveva avuto dei dubbi, proponendo quello più italiano Giulia. Poi ha vinto la linea di Mauro Bernardi, presidente della sezione che ha giudicato”.

Giulia o Andrée, poco cambia. Ai genitori della piccola di cinque anni non va giù quest’imposizione e lotteranno per una questione di principio e per fare in modo che ad altri non capiti di dover incappare in questioni legali semplicemente per aver scelto un nome piuttosto che un altro. “Per evitare tutto ciò – spiega Riva Berni – sarebbe bastato che l’ufficiale civile in servizio a Castiglione delle Stiviere, quando gli si è presentata la richiesta di trascrizione dell’atto di nascita della bambina nata a Parigi, si fosse limitato ad avvertire i genitori dell’incongruenza del nome rispetto al sesso. Invece, ha preferito segnalare il caso alla Procura della Repubblica”.