“Tocca a chi tocca” si sente dire, o meglio, si sente pensare da quando è stata sancita la quotidiana omologazione di pratica della ipocrisia sotto lo svincolante nome di “politically correct”. E prego i bravi tagliatori di carni di non volermene se definisco logica macellaia quella che si esprime con “nulla di personale”. In questo modo posso fotterti, tritarti, ammazzarti, levarti ogni prospettiva o residua speranza, passando agilmente al soggetto successivo, obbedendo tranquillamente alla necessità apparentemente non mia con la stessa tranquillità di un delinquente seriale.

C’è sempre qualcosa di personale che sta fra te e colui che hai di fronte e se non lo vedi allora è la tua umanità che è a rischio e fa ribrezzo il sentimento che, altrove, privatamente, separatamente (e quindi con un implicito invito a un comportamento schizofrenico) tu possa indirizzare a un altro essere, figlio, genitore coniuge o compagno che sia. Non importa se continui a camminare su due gambe, se ridi o piangi vedendo un film, sei costretto a spiare l’intimità altrui guardando il Grande Fratello perché non sei più a contatto con la tua.

In questo senso sei un mutilato a cui non si può più chiedere di immedesimarsi in colui che hai di fronte, da questo sei fatto salvo e per questo sei appetibile al mercato del lavoro, ma questo è un costo che non vedremo riportato in nessuna tabella e non avrà mai nessun tipo di rimborso.

È questa la società dei consumi e sui consumi si insiste, soprattutto sul consumo delle persone. Costruendo divisioni e categorie sono state preparate le statistiche che hanno condotto davanti a te la persona, ogni persona, spogliata della propria dignità, riducendola come un animale di branco a essere convinta che solo nel numero possa risiedere la sua speranza di salvezza dal predatore.

Abbiamo visto operai suicidarsi e ascoltato i loro dirigenti e datori di lavoro dichiarare di essere stati loro amici, che il loro non era mobbing, che non c’era vessazione ma consigli, in questo modo si omologa il comportamento mafioso.

Intanto la distanza fra le persone cresce fino a diventare incolmabile, la gente cammina guardando per terra, ognuno rinchiuso nel proprio ego e nei suoi guai.

È guerra tra poveri” si sente dire, un luogo comune stantio e volutamente impreciso che vorrebbe avere la funzione di farci sentire uniti nella disgrazia del conflitto sociale. Non è così, chi pronuncia quelle parole si mette, in realtà, al di sopra dello scontro che crede di individuare.

È molto prima di quanto si creda che viene creato l’impulso che si nutre della nostra pigrizia, è chiedendo subdolamente competitività che si uccide la comprensione e con essa la fratellanza.

“Sotto a chi tocca” dovremmo invece dire svelando il “Mors Tua Vita Mea” cui ci viene chiesto di accondiscendere quietamente in un crescendo di ipocrisia.

È in atto una rivoluzione, ma non quella che ci serve e del resto non siamo noi a volerla o a farla, ci viene proposto/imposto di aderirvi mediante piccoli sordidi ricatti quotidiani.

Come accadde durante la rivoluzione industriale – che ebbe, fra gli altri, anche l’effetto di annullare l’artigianato sostituendo la qualità delle capacità manuali e artistiche cresciute in anni di attività con prodotti dozzinali meno costosi frutto di automazione – così accadde anche nella “arte della guerra”. Naturalmente, con la mitragliatrice e un uomo ben piazzato si potevano falciare decine, centinaia, migliaia di esseri umani tanto terrorizzati quanto rassegnati, aggrappati ai loro schioppi diventati inutili.

È una immagine incredibilmente aderente all’aspetto degli operai, dei pensionati, delle madri con figli a carico, dei lavoratori di ogni tipo di fronte ai governi di imprenditori e banchieri.

È straziante vedere un operaio di un cantiere navale destinato alla chiusura urlare “va bene, prendetevi pure la mia pensione, ve la regalo… ma datemi del lavoro, ho bisogno di lavorare, devo portare soldi a casa per i figli…!”

Non c’è libertà nel lavoro, forse non c’è mai stata, ma ora non c’è nemmeno più futuro, nell’era rapace del liberismo.