Paolo Rubini, direttore dell'Enit

Come chiromanti davanti alla palla di vetro, gli amministratori della Sdi International un anno fa avevano letto nel futuro. Avevano visto che ci sarebbe stata una gara indetta dall’Ente del turismo (Enit) per l’allestimento degli stand nelle fiere di mezzo mondo e indovinato con precisione pure le date in cui si sarebbe tenuta la prova. Avevano azzeccato l’importo dei lavori e centrato perfino la durata del contratto. Bravi e preparati, non c’è che dire. La gara si è davvero tenuta a luglio di quest’anno come avevano vaticinato, la base d’asta è stata di 12 milioni di euro circa come pronosticato e la durata del contratto è stata triennale come avevano divinato e non biennale come era successo con le gare precedenti.

Solo su un punto non avevano formulato una previsione secca, preferendo alimentare un po’ di suspense: il nome del vincitore. Sapete alla fine chi ha vinto quella gara? La Sdi International, naturalmente, azienda con sede in via Lucrezio Caro nel quartiere Prati a Roma, ma posseduta da due società domiciliate in Lussemburgo (Viva e Finnet). L’appalto è stato affidato alcuni giorni fa e l’aggiudicazione sarà avvenuta certamente senza trucco e senza inganno, nel rispetto assoluto delle norme e delle procedure e la Sdi ha sicuramente i requisiti per svolgere al meglio quei servizi che le vengono richiesti avendo oltretutto lavorato in passato anche con altre primarie ditte nazionali, come si usa dire in questi casi. Tipo la Finmeccanica, per esempio.

Tutta la faccenda, però, fa ugualmente una certa impressione. Anche perché gli amministratori della società le divinazioni sulla gara non l’hanno bisbigliate in confidenza a qualche orecchio amico. Al contrario le hanno affidate a una ufficialissima pubblicazione, la nota integrativa al bilancio 2010, documento dove di solito si scrive in punta di penna di stato patrimoniale e conto economico. In quell’atto l’amministratore unico della Sdi, Alessandro Anselmo, rivolgendosi ai soci forse con l’intento di tranquillizzarli sulle sorti della ditta, li ha informati proprio sulla rava e la fava della gara che si sarebbe tenuta sette mesi dopo (e di cui neppure l’alta dirigenza Enit allora sapeva praticamente nulla) e li ha ragguagliati sulle intenzioni della Sdi di partecipare a essa con la consapevolezza che “un’eventuale aggiudicazione” avrebbe permesso di conseguire “un elevato fatturato”, 12 milioni di euro, appunto.

A rendere tutta la vicenda molto singolare, c’è un altro fatto: nel 2009 la stessa Sdi aveva partecipato e vinto una gara simile indetta dall’Enit pur non avendo i requisiti per aggiudicarsi i lavori, come poi accertarono i magistrati. Con una decisione considerata anomala e comunque molto costosa per l’Enit, il direttore Paolo Rubini aveva scelto allora come commissari per la valutazione delle offerte due professionisti esterni all’ente, ritenuti più idonei rispetto a decine di dirigenti e funzionari interni, l’architetto Giuseppe Pipita e l’avvocato Paolo Corsale, amico del direttore fin dai tempi in cui entrambi erano vicepresidenti del Centro studi dei problemi biogiuridici e biopolitici (Ecsel). Riunitisi tre pomeriggi per aprire le buste e valutare le offerte, i due professionisti avevano scelto la Sdi nonostante questa società non avesse esibito una documentazione regolare.

Entrambi furono pagati bene per la consulenza, 28.346 euro Pipita e 28. 901 Corsale. Tra gli incartamenti presentati dalla Sdi mancava il Durc (Documento unico di regolarità contributiva), un atto importante per una società, quello che attesta l’avvenuto versamento dei contributi. L’azienda seconda classificata si rivolse ai giudici per avere giustizia e il Tar del Lazio prima, poi il Consiglio di Stato e infine la Cassazione sentenziarono che la Sdi non aveva le carte in regola per vincere la gara e quindi il contratto stipulato con l’Enit era nullo. Invece di aspettare il pronunciamento dei giudici, il direttore dell’Enit Rubini, però, nel frattempo si era affrettato ad affidare ugualmente l’appalto alla Sdi che, forte dell’investitura ufficiale ricevuta, si era messa al lavoro allestendo in mezzo mondo grandi stand turistici e acquisendo così titoli e requisiti che le sarebbero risultati molto utili in futuro.

Uno in particolare: la realizzazione di stand con una superficie superiore ai 2 mila metri quadrati. La specifica di quella metratura precisa è stata inserita dall’Enit proprio come elemento discriminante nel capitolato d’appalto della seconda gara, quella che si è conclusa alcuni giorni fa ed è stata rivinta dalla Sdi. Quando si dice le combinazioni …

da Il Fatto Quotidiano del 29 dicembre 2011