Yamed ha la mia stessa età. Vive nella mia stessa città. È alto come me. E non lo avevo mai visto prima. L’ho conosciuto ieri sera, poco lontano da casa mia. Apparentemente siamo uguali io e Yamed, ma una cosa ci differenzia: Yamed vive in un altro mondo.

Ieri sera alle 17.30 ero appena uscito da una riunione terrificante. Una di quelle dove ci sono molte persone che dicono «Il 2012 sarà l’anno fatidico in cui molte aziende chiuderanno» per intenderci. Una di quelle riunioni dove le cose sottointese pesano più delle parole. Mentre ripensavo a quello che mi avevano detto ho incontrato Yamed. Era assieme ad alti venti tunisini in fila davanti alla casa comunale di accoglienza. Yamed è un senzatetto, e sapeva di non avere speranze per un posto letto nel dormitorio. La casa è piena da mesi e ci sono parecchie persone che attendono da molto tempo un posto. Yamed era lì, assieme agli altri perché attendeva il suo turno per fare una doccia calda.

Yamed è in Italia da nove mesi, dorme in un palazzo abbandonato nelle periferie industriali. «c’è puzza, sembra di dormire per terra in una latrina – mi racconta – ma almeno è più caldo che per strada, ho un materasso e delle coperte». In tutta la mia vita non avevo mai pensato a una doccia calda come un bene di lusso. Una cosa che per qualcuno può essere un sogno. Non per qualcuno in uno sperduto villaggio dell’India, ma per un ragazzo che abita nella mia città, che ha la mia età e che ho conosciuto a poco distante da casa. «La vita è come una marmitta, una volta è sporca e una volta è pulita» mi dice Yamed. Un modo di dire bizzarro che mi insegna il tunisino. Un modo di dire che viene da una cultura diversa dalla mia, non perché di un paese lontano, ma perché più umile, quella di chi si sporca le mani di olio di motore per riparare ferri vecchi destinati alle discariche per rivenderli dall’altra parte del mare. «Questa volta è andata male, ma prima o poi andrà meglio» mi dice.

Ieri sera mentre facevo la doccia la mia sensazione è stata diversa dal solito. Vedevo quel naturale scorrere di acqua calda come qualcosa di non scontato. Ma non era quello ad impressionarmi. Erano state le parole di Yamed. Lui che non ha un posto dove dormire, non sa dove farsi la doccia, lui che vive in una condizione ignorata da tutti, lui era fiducioso. Aveva ancora l’illusione del futuro. Nelle sue parole c’era speranza. Come può la nostra generazione che ha vissuto come normale una vita fatta di piccole (ma grandi) fortune quotidiane non essersene mai accorta? Come possiamo lasciarci abbattere per la crisi e i problemi reali che ci sono, quando Yamed, che non ha nulla, vedendomi un po’ giù di morale, mi ha battuto la mano sulla spalla e mi ha detto: «Domani andrà meglio»?