Partorirai con dolore. Dalla ‘biblica’ Eva il destino delle donne non sembra poi essere cambiato molto, almeno in Italia, visto che il ‘parto senza dolore’ resta un’utopia nella maggior parte degli ospedali nostrani. Nonostante il diritto all’analgesia epidurale (tecnica di analgesia parziale che consente di ridurre al minimo la sofferenza durante il parto e far rimanere cosciente la donna, ndr) sia stato inserito nei livelli essenziali di assistenza (lea, ndr) fin dal 2008, l’accesso a questa tecnica è garantito solo dal 16% degli ospedali come rilevato dall’Osservatorio nazionale salute donna (Onda, ndr). Eppure non è che sia disdegnata dalle donne. Quando gli viene offerta dalla struttura ospedaliera infatti, il 90% la richiede, perché ormai sta cambiando l’idea che per essere una buona madre sia necessario soffrire.

Come spesso accade però quando si deve descrivere la realtà sanitaria del nostro Paese, bisogna servirsi di espressioni come “a macchia di leopardo” o “gradiente nord-sud”. Infatti le regioni dove è più facile partorire senza soffrire le pene dell’inferno sono quelle settentrionali, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, dove vengono stanziati più fondi allo scopo. Anche se poi a volte ci si può imbattere in casi quantomeno ‘particolari’, cioè di strutture dove l’analgesia c’è, ma i medici sono contrari a usarla, a volte per motivi religiosi, a volte per una concezione naturalistica ‘esasperata’ del parto. Come è successo a Giovanna Fumagalli, 37 anni e due figli, entrambi partoriti naturalmente senza analgesia all’ospedale S. Gerardo di Monza, ma non per sua scelta. “Il mio primo figlio pesava 4,2 kg – racconta – e il travaglio è durato 20 ore, perché il parto è stato indotto. Nonostante io avessi chiesto l’epidurale, le ostetriche mi hanno convinto in maniera un po’ forzata a partorire senza analgesia, non so se per eccessivo ‘naturalismo’ o perché è molto forte la componente cattolica. Comunque non è stata una bella esperienza. Con la seconda figlia il travaglio è stato più breve. Tuttavia anche in questo caso, nonostante io avessi chiesto l’epidurale, non mi è stata fatta, perché mi hanno detto che ormai ero già troppo dilatata…”.

Il problema a livello nazionale è che, per assicurare una copertura generale di questa prestazione, le Regioni dovrebbero investire fondi per organizzare un servizio attivo 24 ore su 24 con almeno 6 professionisti. “Ma la realtà – spiega Vincenzo Carpino, presidente dell’Associazione anestesisti rianimatori ospedalieri italiani emergenza area critica – è che in Italia mancano almeno 3000 anestesisti. Noi facciamo quello che possiamo con le risorse e il personale disponibile, secondo le volontà dell’azienza ospedaliera”.

Quello del parto indolore è un problema che presenta però anche altre sfaccettature. Da tempo infatti infuriano le polemiche per l’uso eccessivo del taglio cesareo. Con una media nazionale del 39% (che arriva quasi fino al 60% in regioni come la Campania e la Sicilia sempre secondo l’Onda) deteniamo il record europeo. Da più parti si levano le voci di chi denuncia un uso eccessivo del cesareo. Fenomeno che si potrebbe evitare se si facesse l’epidurale. Ma per Danilo Celleno, anestesista dell’ospedale Fatebenefratelli di Roma e uno dei tecnici che ha scritto il testo per l’inserimento dell’analgesia epidurale nei lea, bisogna sgombrare il campo dalle inesattezze. “Il parto indolore non aumenta o riduce i cesarei – precisa – che vanno fatti quando serve, sotto precise indicazioni mediche. E’ vero invece che ci sono donne che lo richiedono perché non vogliono sentire dolore, e in quel caso il ginecologoco dovrebbe rifiutarsi di farlo. Anche perché il cesareo aumenta il rischio di complicanze dell’11% rispetto al parto spontaneo”. Quindi, per ricapitolare, ci sono poche strutture con un anestesista dedicato, manca il personale e manca “il personale esperto nei piccoli punti nascita – continua Celleno – E’ ovvio che l’esperienza di un anestesista di una struttura dove si fanno 500 parti l’anno non è comparabile a quella di una dove se ne fanno 1500. E nonostante il ministero della Salute l’anno scorso abbia avviato il piano per chiudere i piccoli punti nascita, si è fatto molto poco in tal senso”.

Per completare il quadro bisogna considerare che le regioni non rimborsano l’epidurale, come avviene per altre prestazioni, con un Drg specifico (cioè raggruppamenti omogenei di diagnosi, metodo per la classificazione dei pazienti dimessi dagli ospedali, ndr), ma è l’ospedale a farsi carico dei costi. Se a ciò si aggiunge che nel centro-sud prevalgono le strutture private o private-convenzionate, prive di un servizio di guardia anestesiologica o ginecologica, ecco che si capisce perché il cesareo, comodo, programmabile e ben remunerato, sia scelto più spesso, anche quando non è effettivamente necessario. Il risultato è che a pagare, come al solito, è la donna, costretta o a partorire ancora con dolore, così come avveniva 2000 anni fa, o a ricorrere al cesareo, andando però incontro a un rischio di maggiori complicanze.