E’ stata un’altra giornata di pesanti scontri al Cairo, dopo le cariche di ieri con cui i soldati hanno cercato di sgomberare piazza Tahrir, il simbolo della rivoluzione egiziana. Ieri i morti sono stati almeno nove e i feriti 350, secondo fonti ospedaliere egiziane. Le vittime di oggi sono invece sei, con un numero ancora imprecisato di feriti. Solo con le durissime cariche di oggi i militari sono riusciti a riprendere il controllo della piazza, ma le proteste continuano in altre zone della città.

Molto ingenti i danni: secondo il quotidiano Al Masry Al Yaoum (Egitto oggi), negli scontri alcune persone non ancora identificate hanno lanciato bottiglie molotov nell’edificio che ospita la Biblioteca dell’Istituto egiziano delle scienze. Il palazzo storico, affacciato su Qasr al-Aini, la via epicentro degli scontri, ha preso fuoco.

I soldati hanno cercato di impedire ai manifestanti di riprendere le scene della repressione, ma sono riusciti solo in parte nel loro intento. Su YouTube circola rapidamente un video di un gruppo di soldati che picchia duramente una signora, non più giovane, tra le tante che appoggiano la protesta di piazza Tahrir, dove i manifestanti erano accampati permanentemente da alcune settimane per chiedere la fine del governo militare che sta tenendo con il pugno di ferro l’Egitto del dopo-Mubarak.

Il primo ministro egiziano Kamal el-Ganzouri ha dichiarato che «la polizia e l’esercito non sono intervenuti contro i manifestanti». Obiettivo delle cariche, secondo Ganzouri – già premier negli anni novanta durante il regno di Mubarak – erano «infiltrati» esterni, che vogliono alimentare gli scontri interni in Egitto. Chi era ieri in Qasr al-Aini, secondo il primo ministro, era lì perché era contro la rivoluzione.

La versione di Ganzouri, tuttavia, convince molto poco. Sia per i trascorsi del premier, tutt’altro che un volto nuovo, sia perché tra le vittime di ieri c’è anche un nome molto illustre. Si tratta di Emad Effat, autorevole sheick dell’università di Al Azhar, il centro del sunnismo mondiale. Effat era ieri a Qasr al Aini e secondo la ricostruzione degli eventi non è stato ucciso negli scontri di piazza, in un tumulto indistinto, ma con da un proiettile molto preciso che lo ha colpito al cuore. Chiunque sia stato, certo è che ha usato il parapiglia scatenato dalle cariche della polizia, per centrare il proprio bersaglio. Un bersaglio, peraltro, molto importante. Effat, infatti, era il segretario generale dell’ufficio delle fatwa, gli editti di carattere religioso che regolano la vita dei fedeli musulmani, e nell’università di Al Azhar era considerato uno dei moderati, tanto da essersi unito alla rivoluzione fin dalle prime avvisaglie della spinta popolare contro il regime di Hosni Mubarak. Di recente, il 23 ottobre, Effat aveva emesso una fatwa che proibiva di votare alle elezioni gli esponenti del partito di Mubarak, l’Ndp, recentemente riammessi alla contesa politica grazie a una utilissima e molto addomesticata sentenza giudiziaria.

Lo scenario in cui inquadrare gli ultimi eventi egiziani, dunque, è sì quello dello scontro tra rivoluzione e controrivoluzione – ne aveva parlato alcuni mesi fa lo scrittore Alaa al Aswany nel suo libro «La rivoluzione egiziana» – ma gli schieramenti non sono quelli che Ganzouri vorrebbe far credere. E l’esercito, dapprima al fianco dei rivoluzionari di piazza Tahrir, sembra sempre più incline a una prova di forza che ricorda l’Algeria degli anni novanta o la Turchia degli anni ottanta: tutto pur di mantenere il potere ed evitare che altre forze (dagli islamisti in giù) possano assumere il controllo del governo. Solo che i tempi sono cambiati e gli egiziani hanno dato prova di voler resistere a chi cerca di espropriarli della loro rivoluzione.

Il rischio quindi è ancora una volta gli scontri di ieri a Qasr al-Aini e le cariche di oggi contro chi manifestava a piazza Tahrir siano solo il terribile preludio di un nuovo livello dello scontro interno. Il caos che, sommato alle difficoltà dell’economia ancora in balia degli eventi e della crisi, Aswany aveva già individuato come la tattica preferita da chi vuole erodere il consenso sociale alla rivoluzione, per fare in modo che l’Egitto non cambi veramente.

di Joseph Zarlingo