Trecentoventicinque lavoratori hanno perso il lavoro. Sono gli operai dello stabilimento Nokia Siemens di Cassina De’ Pecchi, alle porte di Milano. Dopo due anni di cassa integrazione, da oggi sono tutti disoccupati. Un salto nel buio inaccettabile per chi ha appena quarant’anni. Per questo hanno deciso di occupare la fabbrica. E il messaggio lanciato dal presidio permanente è chiaro: “La lotta è appena cominciata”.

Quando ancora mancavano due giorni al termine della cassa integrazione straordinaria, la Jabil, multinazionale americana subentrata tre anni fa alla Nokia Siemens, ha deciso di mettere i lucchetti allo stabilimento di Cassina De’ Pecchi e lasciare gli propri operai. “Un comportamento vergognoso”, secondo i lavoratori che alle sei del mattino hanno già aperto il presidio allestito ai bordi della statale padana superiore, alle porte di Milano. Oltre i cancelli della fabbrica ci sono i loro colleghi, quelli che hanno passato la notte nello stabilimento per impedire alla società di portar via i materiali. Alle sei e mezza bisogna dare il cambio. Ma le guardie non aprono i cancelli, e gli operai decidono di scardinare l’ingresso ed entrare ugualmente.

“Eravamo il leader mondiale nella produzione di ponti radio”, racconta Angelo Ometti, rsu della Fiom, “poi hanno deciso di smembrare l’intera filiera, disperdendo un valore immenso”. Sì, perché a Cassina De’ Pecchi c’era tutto, dalla ricerca alla progettazione, dalla produzione all’assistenza. Un sito che la stessa Nokia Siemens considerava un modello di riferimento. Poi le cose cambiano. Nel 2008, mentre Nokia Siemens porta la ricerca a Shanghai e inaugura la nuova produzione in Germania, la fabbrica passa a Jabil. “Ma nonostante le promesse di Jabil e l’impegno di Nokia a portare avanti ricerca e produzione”, spiega ancora Ometti, “non è stato mai presentato un piano industriale”. E’ questa una delle accuse con cui i lavoratori intendono portare Jabil e Nokia Siemens di fronte al tribunale del lavoro. Vogliono vederci chiaro. Capire perché, ad esempio, a metà 2010 la Jabil vende l’intera forza lavoro al fondo italoamericano Mercatech per poi tornare nuovamente alla guida dello stabilimento. Un’operazione che in soli sette mesi produce un buco di 70 milioni.

“Non dobbiamo stupirci di come ragionano oggi le multinazionali”, sostiene Maurizio Landini, segretario della Fiom, “chiediamoci piuttosto dove sono stati in questi anni i governi e le istituzioni locali”. Secondo il leader della Fiom è ormai innegabile il processo di deindustrializzazione in atto nel nostro Paese, “ma il ministero dell’industria e la Regione devono attivarsi per dare a questi lavoratori una risposta seria e alternativa all’incentivo alla mobilità che non poteva non essere respinto”. L’ultimo tavolo è quello tentato martedì al Pirellone. Ma l’accordo non c’è stato. L’azienda ha offerto sei mesi di cassa in deroga e quattordicimila euro lordi, poi tutti a casa. “Volevano la nostra firma sul licenziamento”, ci racconta una lavoratrice prima di scavalcare i cancelli. “A me mancano dodici anni per andare in pensione”, spiega un’altra, “se mi licenziano dove vado?”. Da oggi per loro ci saranno solo gli ottocento euro al mese della mobilità Inps, che durerà un anno per gli under quaranta e due per i più anziani.