Quattromila euro finiscono ogni mese nelle tasche di ciascuno dei mille parlamentari italiani per far fronte alle spese di segreteria e comunicazione, in pratica per i famosi portaborse. Ma da poche di quelle tasche escono per andare realmente in quelle dei collaboratori. Alla Camera su 630 deputati solamente 230 hanno assunto un assistente, con contratti a progetto e per importi medi di 700 euro. Il dato del Senato non si conosce: Palazzo Madama non lo ha mai comunicato, ma dei 315 senatori pochi non hanno un assistente personale.

L’unica cosa certa è che tra i mille parlamentari nessuno ha mai rinunciato a quello che un tempo si chiamava “fondo per la segreteria” e che oggi è stato ribattezzato nel molto più generico “fondo eletto-elettori”. 3690 euro affidati a ogni deputato che può farne ciò che vuole senza dover presentare giustificativi né ricevute né altro che dimostri l’uso che ne ha fatto. La presidenza della Camera è al corrente del malcostume che vige tra i deputati e nel 2009, dopo un’indagine dell’ufficio del lavoro, tentò di mettere un freno al lavoro in nero che gli stessi parlamentari alimentano. Gianfranco Fini vietò l’ingresso a Montecitorio a quanti non avevano un contratto regolare.

Il primo luglio, giorno in cui entrò in vigore la regolamentazione, ben 200 portaborse risultarono in nero: rimasero fuori dalla Camera perché i loro budget erano stati cancellati. I deputati per far entrare i propri assistenti trovarono facilmente un escamotage: farli accedere tra il pubblico, come visitatori. Norma aggirata e attenzione sulla vicenda diminuita in poche settimane. Oggi, con la manovra lacrime e sangue imposta ai cittadini, il tema è tornato più che attuale: i tanto promessi tagli alla politica in realtà si sono tradotti in misure considerate molto blande e nel maxiemendamento, che sarà presentato alla Camera domani, saranno ulteriormente ridotti gli interventi a scapito della Casta: nella migliore delle ipotesi tutto sarà rimandato alla prossima legislatura.

“Fanno tutti il gioco delle parti”, dice Sandro Gozi, il deputato del Partito Democratico che da più di un anno sta cercando di presentare un ordine del giorno per rendere più trasparente “almeno la parte di fondi che viene dato ai parlamentari senza controllo, come i quattromila euro che vengono riconosciuti per i portaborse”, spiega. Oggi Gozi si è rivolto direttamente ai presidenti di Camera e Senato, Gianfranco Fini e Renato Schifani affinché intervengano. “Ieri hanno negato che saranno tutelati gli interessi della cosiddetta Casta e garantito che il trattamento economico sarà adeguato agli standard europei, allora perché non cominciare proprio dalla gestione dei portaborse?”, si chiede Gozi. Al Parlamento europeo i collaboratori dei deputati vengono assunti e stipendiati direttamente dall’amministrazione e non dai singoli politici, a cui non viene quindi versata alcuna indennità. E così funziona in quasi tutti i paesi dell’Europa: i soldi non passano per i parlamentari. In Germania è il Bundestag a pagare mentre in Inghilterra sono gestiti da un’agenzia indipendente. “In Italia vengono dati a noi quattromila euro e ognuno può farne liberamente quel che vuole”, spiega Gozi. I deputati del Pd versano “duemila euro al mese circa al gruppo del partito per far fronte alle spese di segreteria e i restanti duemila sono destinati ai collaboratori, ma nessuno deve presentare alcuna ricevuta o altro. Quindi io ho proposto di assegnare alla Camera e al Senato il compito di assumere i collaboratori e dare i soldi al partito di appartenenza e non far passare i soldi dalle mani del deputato perché la situazione è diventata indecente”, si sfoga Gozi che ha due collaboratori regolarmente assunti.

Complessivamente, solo per quanto riguarda i fondi per i collaboratori, Camera e Senato versano oltre 24 milioni di euro all’anno senza sapere dove finiscano, come e perché. La proposta di Gozi, oltre a far risparmiare fondi allo Stato, “porterebbe alla luce un giro di lavoro nero e sfruttamento davvero indecente e che si protrae da anni come malcostume diffuso”. Tra i parlamentari. Gli stessi che devono limitare il lavoro nero e portare avanti la lotta all’evasione fiscale, sono i primi, dunque, ad “alimentare un sistema totalmente privo di controlli e trasparenza”. Ma l’odg di Gozi proprio non riesca a essere approvato. “A giugno tutto il gruppo lo aveva condiviso e presentato a unanimità, ma poi mi è stato detto che non si poteva presentare per un motivo o l’altro. Adesso mi dicono che non si può inserire come emendamento a questa manovra, così mi sono rivolto direttamente a Fini e Schifani e vediamo come si comporteranno. Io voglio trasparenza. Questi quattromila euro devono essere spesi per i collaboratori? Voglio vedere i contratti di assunzione. Oppure le ricevute per cui ogni mese si spiega dove vanno quei soldi. Siano la Camera e il Senato a dare i soldi ai collaboratori assunti regolarmente. Se c’è chi oggi se li intasca o assume regolarmente i collaboratori o rinuncerà a quei fondi”.

In linea con Gozi anche l’Udc e l’Idv. Pancho Pardi ha avuto più fortuna di Gozi e al Senato è riuscito a portare in aula lo scorso agosto e far votare un ordine del giorno che invitava a equiparare al sistema Europeo la gestione dei collaboratori. Ma è stato bocciato. Non stupisce, ovviamente, che la Casta protegga se stessa. “Ma ora i tempi sembrano cambiati”, dice Pardi. Il senatore dell’Idv annuncia che settimana prossima, quando la manovra del governo Mario Monti arriverà per il voto a Palazzo Madama, lui ripresenterà l’ordine del giorno, magari camuffato da emendamento ma, spiega, “il modo per portarlo in aula lo trovo sicuramente, perché magari questa volta lo votano. Adesso sono tutti attenti e bravi, vediamo come si comportano”, dice.

“La giusta rabbia dei cittadini va fronteggiata, bisogna essere capaci noi per primi di prendere dei provvedimenti di trasparenza e sacrificio. Almeno proviamoci”, aggiunge. Così, la questione dei portaborse “potrebbe essere un primo passo importante: invece di tagliare l’indennità ai parlamentari si compie un’operazione di pulizia e trasparenza; le risorse vengono gestite dalle Camere, i parlamentari non vedono un euro, i collaboratori vengono pagati in base a contratti regolari”. Ad agosto il centrodestra votò contro. E anche oggi i segnali che arrivano dal Pdl non sono dei migliori, anche perché c’è chi, come Paniz sostiene che i soldi per i collaboratori siano pochi. “Se lo metti in regola, 3000 euro per un collaboratore non bastano. All’estero, come dimostrano tutte le statistiche serie, i parlamentari guadagnano più di quelli italiani”. Le statistiche serie dicono il contrario: gli eletti nel Belpaese sono quelli che percepiscono il compenso maggiore.