Ho fatto un sogno. E’ successo mentre ero al cinema a vedere Miracolo a Le Havre. Un film stupendo che mi ha preso e trascinato in una città francese dove si svolge una vicenda attualissima che ha per tema l’immigrazione, ma in un tempo che non è il nostro. Cioè, è il nostro; ma non lo è, come quando si sogna di dare un’esame e chi sogna si dice: non può essere vero, qui ci sono già stato.

Tutto è vecchio, tutto è meravigliosamente datato, tutto rifiuta il presente. E’ una Le Havre dove non ci sono televisioni: l’unica è appesa, piccolissima, al muro di un bar dove gli astanti sono usciti da un film di Maigret, bevono Cassis in bicchieri stretti che si allargano in punta. Una città dove ci sono i telefoni in bachelite, dove le auto sono Peugeot e Renault degne del Commissario Juve in Fantomas. Dove il protagonista fa il lustrascarpe ambulante e si porta a spalle la cassa di legno con i suoi attrezzi. Dove tutta la musica, anche quella di sottofondo, ansima come solo può ansimare quando è prodotta da una puntina di un vecchio giradischi che graffia un vinile. Sono vecchi gli uomini, vecchie le donne, vecchia la rockstar mezza italiana che sembra venuta da un passato senza tempo: solo passato.

C’è una povertà diffusa ma che ha l’eleganza di un’alta borghesia non parvenue: il lustrascarpe mangia solitario la sua cena ma il trancio di baguette, il pezzettino di burro e la fettina di cipolla sono disposti nel piatto come fossero una composizione di Paul Bocuse. La moglie del lustrascarpe ha una sola cipolla da tagliare ma la affetta con la dovizia e la grazie di una cuoca di Maxim’s.

C’è povertà, non rassegnazione. E c’è la solidarietà intesa come dimensione naturale dell’essere. Solidarietà magari da favola cui il solo Jean Pierre Leaud (l’attore feticcio di Truffaut) si oppone diventandone un reagente. Una solidarietà diffusa e profumata che l’assoluta non scontatezza dei personaggi (il ragazzino immigrato non è un disadattato, la barista non è disfatta dalla vita) restituisce agli occhi dello spettatore per ciò che è per definizione: doverosa.

Per un attimo, travolto dalle inquadrature fisse di Kaurismaki, ho sognato un’Italia forse più povera ma magari capace di ripensare a se stessa. Poi sono uscito dal cinema, a Torino. E a casa ho appreso che dei miei concittadini avevano dato fuoco a un campo rom per vendicare lo stupro di una ragazza che poi si è rivelato (come era tristemente intuibile dal racconto che essa stessa ne aveva fatto e che avevo ascoltato in un semplice tg) una menzogna.

E ho smesso di sognare. Ho temuto e temo ancora un’Italia certo più povera ma non per questo più solidale. E che i miracoli fossero limitati alla Le Havre di Kaurismaki. Poi ho letto che qualcuno, saputo del raid, era andato ad avvisare gli abitanti del campo. E ho mantenuto viva una piccola speranza.