Lingue di Paesi lontani. Unite in un solo messaggio: basta sfruttamento. Gli operai delle cooperative del consorzio Safra che lavorano ai magazzini Esselunga di Pioltello lo gridano più volte, mentre percorrono le strade della cittadina a est di Milano. In un corteo partito dalla stazione. Poche centinaia di metri più in là dei capannoni dove ogni giorno si spaccano la schiena a caricare tir diretti verso i supermercati di tutto il Nord Italia. Per qualche ora, ieri pomeriggio, lasciano il presidio che da due mesi sta fisso davanti ai cancelli. Per chiedere condizioni di lavoro più umane e il reintegro di 15 operai licenziati. Che negli ultimi giorni sono diventati 20. Più altri tre a rischio, visto l’avvio delle procedure disciplinari.

Una cinquantina i lavoratori del consorzio Safra, in testa al corteo. Tutti stranieri. C’è Arslan che viene dal Pakistan. Sayem invece arriva dal Bangladesh. Luis è peruviano. Woryonwon della Liberia. Ci sono anche gli operai dell’Alma Group e di altre cooperative che lavorano per l’azienda di Bernardo Caprotti. Con loro altre mille persone. I lavoratori della Jabil, industria elettronica che a Cassina de’ Pecchi sta per chiudere, con oltre 300 dipendenti che verranno lasciati a casa. E gli operai di cooperative che hanno appalti in altre aziende della zona. Finte cooperative, le chiamano. Perché dovresti essere socio, ma finisci per essere schiavo. Con loro gli attivisti della sinistra radicale milanese e gli esponenti del centro sociale Vittoria che, insieme al sindacato Si Cobas, sostengono la lotta sin dall’inizio.

Le forze dell’ordine controllano il corteo. Perché non si ripetano gli incidenti di due settimane fa, quando davanti all’ingresso dei magazzini se le sono suonate. Operai in presidio che picchettavano. Contro operai che volevano entrare a lavorare. Questa volta gli agenti non devono intervenire. Il corteo sfila pacifico. “Unità” è una delle parole più urlate.

IL VIDEO DELLA PROTESTA (PRIMA PARTE)

Sui balconi delle case vicino alla stazione le parabole intercettano i segnali tv di altre parti del mondo. Qualcuno si affaccia alla finestra per fare una foto. Anche lui immigrato. Il corteo passa per Pioltello vecchia. Poi arriva al Satellite. Casermoni dei primi anni Sessanta che allora accoglievano chi veniva dal Meridione per un posto in fabbrica. E che oggi sono affollati di stranieri. Palazzi fatiscenti, dove gli immigrati sono il 60-70% degli inquilini. Tre volte la media di Pioltello, il secondo Comune in Italia per percentuale di residenti provenienti da altri Paesi. Fuori dal suo negozio il fruttivendolo all’angolo osserva la manifestazione. Anche lui arriva da lontano. Pachistano, come Ahmed, 25 anni, uno dei licenziati che in testa al corteo prende in mano il megafono: per un istante sostituisce l’italiano stentato con la sua lingua, così incita i colleghi.

Dal bordo della strada un gruppo di italiani non più giovani guarda striscioni e bandiere. Dicono che a Pioltello la convivenza con gli stranieri non crea particolari problemi. Nessun fastidio nemmeno per la protesta. Ci rivedono le lotte di tanti anni fa, quando erano loro a sentirsi sfruttati.

Due ragazzi fanno avanti e indietro, veloci con in mano secchio e scopettone. Appiccicano manifesti contro il caporalato e a favore del boicottaggio di Esselunga. L’azienda finora si è tenuta fuori dalla vicenda. Ha continuato a ripetere: sono affari che riguardano Safra e i suoi operai, non noi. Ma chi manifesta non la pensa così. “Questa gente fa un servizio a Esselunga. L’azienda deve intervenire per garantire condizioni lavorative migliori ed evitare i licenziamenti”, dice Diana De Marchi, membro Pd del Consiglio provinciale di Milano. Che dieci giorni fa ha approvato all’unanimità una mozione che chiede al presidente Guido Podestà e all’assessore a Industria e Lavoro Paolo Giovanni Del Nero di attivarsi per predisporre un tavolo di confronto a cui si siedano, oltre ai rappresentanti di Safra e dei lavoratori, anche i dirigenti del gruppo di Caprotti.

IL VIDEO DELLA PROTESTA (SECONDA PARTE)

L’accordo, però, è ancora lontano. Anzi, il timore è che nei prossimi giorni il numero dei licenziati salga a 23. Una ritorsione contro le proteste, dicono gli operai. Vanno tutti reintegrati, altrimenti non si leva il presidio. Il corteo finisce lì, alla tenda di fronte ai cancelli. Ormai è buio. Un tè bollente per riscaldarsi. Prima che l’assemblea decida le prossime mosse.