Il presidente del Consiglio Mario Monti

Angela Merkel e Nicolas Sarkozy parleranno di fronte ai loro Parlamenti per spiegare cosa intendono fare dell’Europa e, soprattutto, dell’euro. “Io non farò discorsi”, annuncia Mario Monti da Bruxelles. Il suo contributo al tentativo, che ormai sembra quasi disperato, di difendere la moneta unica lo darà presentando la manovra di bilancio lunedì, in Consiglio dei ministri. Poi le misure saranno discusse e approvate entro Natale, assicura il presidente del Senato Renato Schifani.

“Ho ribadito uno zero molto importante, non facile da raggiungere, ma che sarà conseguito”, ha spiegato il premier nella sala stampa di Bruxelles, riassumendo due giorni di vertici da ministro dell’Economia, prima eurogruppo (Paesi dell’euro) poi Ecofin (ministri europei dell’Economia). Lo zero è quello del deficit nel 2013, cioè il pareggio di bilancio (che diventerà un vincolo Costituzionale, ieri il primo passo col voto alla Camera), ma – ha precisato Monti – seguendo la scaletta prevista dal rapporto degli ispettori della commissione, presentato ieri: l’obiettivo da raggiungere subito è il deficit all’1,6 per cento nel 2012. Quindi subito manovra da 11 miliardi per compensare la mancata crescita rispetto al quadro delineato dalla manovra estiva. Poi 4 miliardi dalla delega fiscale, cioè il taglio di agevolazioni e sussidi previsto dal ministro Giulio Tremonti ma non ancora attuato, e infine un ulteriore intervento per garantire equità e redistribuzione (cioè si dovrà anche spendere qualcosa, ma senza toccare i saldi, quindi si taglierà anche per redistribuire). Monti sa che non sarà facile, ha quattro giorni per convincere sindacati e partiti di maggioranza che la manovra non si tocca, che non ci sono spazi di mediazione: “Penso di agire con la massima rapidità. E in tempi molto ristretti. Avremo anche delle consultazioni, ma farò appello al fatto che siamo in una situazione straordinariamente delicata e che certi passaggi e ritualità graditi a tutti forse non sarebbero a vantaggio dei cittadini”.

Il messaggio non era rivolto certo soltanto alla Cgil, ma è il sindacato di Susanna Camusso quello che più si sta agitando per le indiscrezioni sulla riforma delle pensioni: “Il governo deve sapere che 40 è un numero magico e intoccabile e mi pare che questo sia esaustivo della discussione”. Che è un modo un po’ barocco per dire che la Cgil è contraria a ogni intervento sulle pensioni di anzianità. Mentre è quasi certo che il ministro del Welfare Elsa Fornero interverrà anche sugli assegni maturati in base ai contributi versati e non soltanto in base all’anzianità, sia pure con un sistema di soglie variabili e non con l’abolizione delle pensioni di anzianità o il loro drastico ridimensionamento auspicato dall’Europa. “Accetteremo misure che non sono nostre al cento per cento ma abbiamo da dire la nostra”, avverte il segretario del Pd Pier Luigi Bersani, lasciando intendere che un intervento pesante sulle pensioni dovrebbe essere compensato da una patrimoniale, sgradita al Pdl.

Il nodo Cgil per Monti è però un primo problema, non tanto perché il sindacato possa davvero ostacolare la manovra, ma in quanto rischia di compromettere il clima di consenso attorno al premier che invece ha bisogno di mostrarsi il più saldo possibile al vertice della prossima settimana a Bruxelles, quel Consiglio europeo dell’ 8-9 dicembre in cui i capi di governo dell’euro dovranno indicare cosa intendono fare per salvare la moneta: eurobond, modifica dei trattati, interventi sulla Bce. Non si deve però “sottovalutare ciò che è già stato deciso e posto in atto e che richiede di essere seriamente esercitato e valorizzato”, è l’invito al pragmatismo di Monti. Prima di infilarsi nel tunnel burocratico della revisione di trattati su cui si fonda l’Ue, meglio sfruttare gli strumenti già a disposizione, come il “six pack“, cioè l’insieme di procedure di politica economica che consente alla Commissione Ue di controllare l’impegno al rigore e alla crescita dei governi nazionali. In questa settimana, comunque, qualche decisione deve essere presa, perché la tensione sui mercati finanziari ha raggiunto nuovi picchi. Tanto che le principali Banche centrali del mondo, dalla Bce alla Fed a quella del Giappone, hanno lanciato ieri un’azione coordinata (a sorpresa): il taglio di mezzo punto del tasso sugli swap in dollari, in pratica hanno reso meno costoso per le banche private ottenere dei prestiti di emergenza in valuta americana. Lo scopo è scongiurare la crisi di liquidità, cioè la paralisi del mercato inter-bancario dovuta alla sfiducia tra istituti. L’effetto collaterale è che l’euro si è rafforzato sul dollaro. Almeno per ora.

da Il Fatto Quotidiano dell’1 dicembre 2011