Don Luigi Verzè, fondatore del San Raffaele

Una microspia che rivela segreti, trame e intrecci. Di interessi e amicizie. E’ quella – come rivela il Corriere della sera – nascosta nel 2005 nell’ufficio milanese di don Luigi Verzè, fondatore e capo dell’ospedale San Raffaele, oggi al centro di un’inchiesta sui motivi che l’hanno portato alla bancarotta. All’epoca, tuttavia, gli inquirenti “monitoravano” i movimenti del prete amico di Berlusconi per un altro motivo: stavano indagando sulla maga Ester Barbaglia, sospettata di riciclare grosse somme di denaro provenienti dalla cosca calabrese dei Morabito. Il collegamento tra la Barbaglia e il San Raffaele, a sentire gli investigatori, era una Fondazione (con capitale 28 milioni di euro) creata dalla maga con l’aiuto del notaio storico di don Verzè e destinata proprio a quest’ultimo.

Quello dei pm è un buco dell’acqua (nessun collegamento accertato tra il prelato e gli affari della Barbaglia), ma oggi assume un peso specifico diverso in virtù di quanto intercettato all’interno dell’ufficio di don Verzè. Almeno due le conversazioni ‘interessanti’, che svelano come gli interessi del San Raffaele vengano perseguiti con metodi quantomeno discutibili. Sul tavolo, la vicenda di alcune strutture sportive sorte sui terreni attigui all’ospedale e per questo entrati nel mirino di don Verzè, che aveva altri progetti per quell’area: costruirci un residence per studenti.  Idea irrealizzabile per un semplice motivo: i gestori del centro sportivo avevano sottoscritto un regolare contratto di locazione (scadenza nel 2008) per poi investire fior di quattrini per realizzare campi da tennis, calcetto, spogliatoi e infrastrutture varie. Insomma, non avevano nessuna intenzione di stracciare l’accordo di locazione sottoscritto.

Don Verzè però non si arrende. E studia le contromosse. E’ 13 gennaio 2006, il fondatore del San Raffaele riceve nel suo studio l’ingegner Roma (capo dell’ufficio tecnico). E gli dà una notizia: manderà la Guardia di Finanza ai campetti per chiedere la ricevuta a tutti i frequentatori del centro. Obiettivo? Lo scrive direttamente chi stava ascoltando la conversazione: fare multe sia ai frequentatori del centro sportivo (che pagano in nero) che ai titolari (che non emettono ricevute), in modo da allontanare i clienti della struttura, mandarla in fallimento e, in tal modo, accelerare il passaggio di consegne nelle mani del San Raffaele. Come fa un prete ad avere il potere di programmare un controllo delle Fiamme Gialle? Amicizie importanti.

La conferma arriva dopo un’ora dalla conversazione con l’ingegner Roma, ovvero quando nello studio di don Verzè arriva Niccolò Pollari, all’epoca generale della Guardia di Finanza e direttore del Sismi, i servizi segreti militari. A Pollari, don Verzè chiede proprio questo: di organizzare il ‘blitz’ della polizia fiscale per fiaccare la resistenza dei gestori dei campi e, in tal modo, convincerli ad accettare la proposta di cessione dell’area al San Raffaele. Con Pollari (che, come rivelato da Marco Lillo sul Fatto, in quegli anni aveva acquistato a prezzo stracciato da don Verzè una villa a Mostacciano), tuttavia, il prelato parla anche di altro: di Silvio Berlusconi e del suo governo in grande difficoltà (“E’ travolto dal suo entusiasmo, lui adesso purtroppo si è lasciato andare, un pochettino, per correttezza morale, però tiene molto alla famiglia” dice don Verzè), delle scalate bancarie e dell’ex presidente della Confcommercio Sergio Billè (per Pollari “un amico” che sta cercando “di difendere in tutti i modi”. “La storia di Ricucci, posso dirti la verità – dice il capo del Sismi al a don Verzè – , Billè è stato informato puntualmente da un anno e mezzo). Poi la richiesta: mandare le Fiamme Gialle ‘in missione’ ai campetti indesiderati.

Il centro sportivo, inoltre, è lo stesso che dal 2005 al 2006 subì due attentati: incendi dolosi che causarono danni per svariate migliaia di euro e sui quali i carabinieri non riuscirono mai a far luce. In tal senso, però, uno spiraglio potrebbe arrivare da un’altra intercettazione ambientale, sempre tra l’ingegner Roma e Don Verzè, il quale – lo scrivono gli investigatori – dice al suo interlocutore “di fare un sabotaggio e di stare attento ai cavalli e all’asilo di proprietà del San Raffaele”. Il capo dell’ufficio tecnico, a sua volta, comunica al suo presidente di “aver individuato il generatore” e che “sarà sabotato il quadro elettrico”. Tutto questo, per un motivo ben preciso: “I campi non potranno essere illuminati” e quando il San Raffaele farà la proposta d’acquisto ai gestori del centro sportivo, questi ultimi “saranno in ginocchio”. Il piano, infine, viene ‘ratificato’ qualche giorno dopo, quando Roma passa nell’ufficio del prete per comunicargli che “quando lui sarà in Brasile ci sarà del fuoco (evidentemente l’incendio del generatore, ndr)” nella struttura sportiva. Cosa che puntualmente avverrà.