Un delitto ufficialmente inspiegabile, una Palermo omertosa e ad alto tasso di collusione, una sanità accondiscendente e quasi complice con le varie cosche mafiose. Al centro di questo scenario un medico per bene, un uomo che mal sopportava le perverse dinamiche di commistione nel suo ambito lavorativo. E’ in questo clima d violenza e prevaricazione che il 6 novembre 1981 matura l’omicidio del professor Sebastiano Bosio, primario di chirurgia vascolare all’ospedale Civico di Palermo. Da allora sono passati esattamente trent’anni di silenzio e minacce alla famiglia della vittima su cui soltanto adesso si sta cercando di aprire una squarcio di verità.

Grazie alle indagini del procuratore aggiunto della dda palermitana Ignazio de Francisci e del sostituto Lia Sava si è infatti arrivato negli scorsi mesi ad aprire un processo, il primo, sull’assassinio del medico palermitano. E stamattina è toccato alla famiglia della vittima – la moglie Rosalba Patania e le figlie Liliana e Silvia – raccontare i particolari dell’omicidio che da trent’anni attende un colpevole. Unico imputato davanti la corte d’assise di Palermo è il boss Antonino Madonia, killer della famiglia mafiosa di Resuttana, detenuto a Milano in regime di 41 bis: secondo gl’inquirenti era uno degli elementi del gruppo di fuoco che quel giorno di novembre stroncò a colpi di pistola la vita del luminare.

“Eravamo appena usciti dallo studio medico – ha raccontato la vedova del primario – . Mio marito si trovava qualche passo davanti a me perché stava andando a prendere l’auto. Io ero girata. All’improvviso ho sentito una voce che lo chiamava. Pensavo fosse un paziente. Ma dopo una frazione di secondo ho sentito gli spari, mi sono girata e ho visto un giovane, in jeans, maglione e scarpe da tennis che ha iniziato a sparare contro mio marito. E ha continuato anche quando Sebastiano si era già accasciato.”

Una voce ferma, appena rotta dall’emozione, quella della vedova Bosio che ha raccontato ai giudici di aver visto in faccia l’assassino di suo marito. “Aveva uno sguardo di ghiaccio, occhi freddi, glaciali e non ha esitato un attimo a sparare. Vicino a lui – ha aggiunto la donna – c’era un complice e dopo pochi secondi sparirono. Dopo l’assassinio i passanti si nascosero nei negozi che provvidero immediatamente ad abbassare le saracinesche”. Per gl’inquirenti il complice era proprio Antonino Madonia.

Bosio, medico affermato in tutta Italia, aveva avuto negli ultimi tempi diversi problemi nell’ambito lavorativo. In quel periodo Palermo affogava letteralmente nel sangue. Omicidi quasi quotidiani che sarebbero passati alla storia come la seconda guerra di mafia e che vedevano contrapposte le due principali famiglie di Cosa Nostra: da una parte i corleonesi di Totò Riina e dall’altra i palermitani di Stefano Bontade. Capitava spesso che dopo le sparatorie i boss feriti avessero bisogno di cure mediche quanto più possibili discrete. Discrezione che non veniva probabilmente negata dai medici dell’epoca. Una prassi che a Sebastiano Bosio non piaceva per niente.

Proprio un paio di giorni prima dell’omicidio il chirurgo ricevette una telefonata all’ora di cena. Una conversazione che la moglie ha definito terribile. “Gli sentii dire ‘no, mi dispiace. Non lo faccio neppure se scende Dio in terra e se continui ti denuncio’. Quando chiuse disse di non preoccuparmi ma ero spaventata. Forse parlava di un ricovero”. A parlare dall’altro capo del telefono era il capo di Bosio, il direttore sanitario dell’ospedale Civico Beppe Lima, fratello di Salvo, il potente deputato andreottiano, ammazzato da Cosa Nostra nel 1992.

Tra i boss che venivano frequentemente ricoverati al reparto di chirurgia vascolare del Civico c’era anche Vittorio Mangano, lo stalliere di Berlusconi a Villa San Martino ad Arcore. “Ricordo che mio marito – ha raccontato sempre la vedova – mi disse che Vittorio Mangano veniva spesso ricoverato nel suo reparto”. E in passato era anche capitato che il medico palermitano venisse prelevato a casa la sera e portato con urgenza a curare un ferito.

Alcuni mesi dopo l’omicidio del marito, Rosalba Bosio leggendo il giornale riconobbe in una foto l’assassino dagli occhi di ghiaccio: era Mario Prestifilippo abilissimo killer della cosca di Ciaculli, morto ammazzato nel 1987. “Volli incontrare il dottor Giovanni Falcone, per dirglielo, e ci vedemmo in caserma, perché Falcone mi disse che in tribunale era pericoloso. Quell’incontro evidentemente non fu gradito, e così cominciarono una serie di intimidazioni”. Dopo le prime denunce l’aria per la famiglia Bosio iniziò a farsi pesante: telefonate anonime ma anche minacce più esplicite. “Dopo che mia madre parlò con Falcone – ha raccontato la figlia maggiore Liliana – una sera venni avvicinata da un giovane che non conoscevo e che non faceva parte della mia comitiva di amici. Mi disse ‘Ciao sono Mario’. Somigliava molto alla foto che mia madre vide sul giornale.” Probabilmente si trattava proprio di Prestifilippo.

L’estate successiva all’omicidio poi, avvenne un fatto ancora più inquietante. Silvia, la figlia minore dei coniugi Bosio, venne avvicinata in discoteca addirittura da Vito Ciancimino, ex sindaco mafioso del capoluogo siciliano. “In passato – ha raccontato la donna appena diciottenne all’epoca dell’assassinio del padre – avevo avuto un piccolo flirt giovanile con Sergio, uno dei figli di Ciancimino. Credo quindi che mi conoscesse. Quella sera mi vide e chiese di parlarmi. Mi disse che mio padre non si era comportato bene con un amico di un amico, che come lui era di Corleone e che mio padre aveva trattato male un suo amico personale. Poi con uno sguardo di disprezzo mi fece intendere che mio padre si era meritato la fine che aveva fatto.”

Un aneddoto agghiacciante che la dice lunga sul movente che spinse Cosa Nostra a decretare l’esecuzione del medico. Bosio si era con tutta certezza attirato le antipatie dell’associazione criminale perché trattava con freddezza i pazienti mafiosi rifiutandosi anche di offrire discrezione e omertà. Aveva voluto essere onesto e tanto era bastato per meritare la morte nel totale silenzio dei colleghi dell’epoca. Ma anche nell’indifferenza della città, non certo estranea a certe dinamiche.

“A distanza di trent’anni dall’omicidio di mio padre – ha detto la figlia Silvia – c’è chi sa e che non ha mai parlato. I nostri 30 anni sono stati anni di buio d’isolamento E’ arrivato il momento di raccontare la verita’. Adesso”.