Mario Monti in Senato

Dopo 17 anni da protagonista della politica italiana, Silvio Berlusconi si dimette e lascia il Quirinale tra fischi e insulti. Ma le giornate di passione non sono finite. Con il fiato dei mercati finanziari sul collo, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano apre le consultazioni per il nuovo governo domenica alle 9 e dovrebbe concluderle in giornata, incontrando per ultimo il Pdl verso le 17,15. Per la prima volta nella storia, dicono le indiscrezioni d’agenzia, il premier uscente avrebbe dettato condizioni al successore in pectore, l’economista Mario Monti, la carta giocata dal Quirinale per salvare il paese dal tracollo finanziario, appena nominato senatore a vita.

LE CONDIZIONI DI B. Condizioni di interesse politico e di interesse privato. In un pranzo a a Palazzo Chigi, Berlusconi, imputato in diversi processi, avrebbe chiesto a Monti “garanzie” sul ministero della Giustizia, per il quale avrebbe proposto il magistrato Augusta Iannini (moglie di Bruno Vespa), a quanto si sa senza successo, perché l’ex Commissario europeo vuole mantenere le mani libere sulla squadra di governo, a esclusivo appannaggio di tecnici. Secondo punto, che il governo Monti non metta mano a norme sulle Telecomunicazioni (tradotto: televisioni). E neppure alla legge elettorale, il criticatissimo Porcellum. Monti, secondo l’agenzia Ansa, avrebbe accettato. Nei giorni scorsi si era parlato di un’ulteriore condizione posta da Berlusconi in cambio del sostegno del Pdl al futuro governo voluto da Napolitano: che Monti non si candidi a future elezioni. L’era berlusconiana tramonta come si è dipanata in questi 17 anni, in un inestricabile conflitto d’interesse tra problemi politici e problemi personali.

Al via delle consultazioni, i governo Monti conta sull’appoggio di Pd, Terzo Polo (Udc, Fli e Api) e dei transfughi del Pdl. L’Italia dei Valori è passata da un no netto a un’apertura: “L’Idv si impegna a fare il proprio dovere e aspettiamo con fiducia il professor Monti e chiediamo di sapere chi formerà la sua squadra”, ha annunciato Antonio Di Pietro, contrario alla presenza nell’esecutivo di “reduci” berlusconiani. Il Pdl, dopo giornate di profonde lacerazioni e diaspore, ha deciso di sostenere il professore, ma limitatamente alla realizzazione delle misure contenute nella lettera di impegni dell’Italia all’Europa. Cade l’ipotesi di Gianni Letta come (ulteriore) “garanzia” berlusconiana all’interno dell’esecutivo. Lo stesso Letta ha annunciato il “passo indietro”.

Resta il no della Lega nord. Dopo il colloquio con Monti, Berlusconi ha affrontato un drammatico scontro con Umberto Bossi, durante il quale ha cercato di convincere l’alleato più fedele a non spaccare l’alleanza e ad appoggiare l’esecutivo tecnico. Senza successo. ‘Mai con Monti”, ha confermato poi Bossi. “Come si fa a sostenere un governo che farà portare via tutto?”. E ha annunciato “la lunga marcia” della Lega all’opposizione. L’alleanza che durava ininterrottamente dal 2001 – dopo la rottura sanguinosa del 1994 – non esiste più.

IL TOTOMINISTRI. Mario Monti ha già in tasca il programma e la lista dei ministri. Dove sarebbero ben rappresentatate componenti laiche e cattoliche (persino vaticane), molto mondo universitario (tre i rettori in corsa) con netto predominio Bocconi-Cattolica di Milano e qualche nome non disdegnato da Berlusconi. La scelta è comunque quella di un governo formato strettamente da tecnici, senza politici, come si era inizialmente ipotizzato. Giuliano Amato è in pole position per gli Esteri (ma si parla anche dell’Interno), una carica per la quale si evoca anche il nome del segretario generale della Farnesina Giampiero Massolo. Mentre la carica finora ocupata da Gianni Letta, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, potrebbe andare a Enzo Moavero, già capo di gabinetto di Monti a Bruxelles.

All’Economia sono in corsa il rettore della Bocconi Guido Tabellini, gradito anche al Pdl, e il direttore generale di Bankitalia Fabrizio Saccomanni, ma c’è da tenere in conto anche Lorenzo Bini Smaghi, appena dimessosi dal board della Bce. Sarebbero tanti i nomi “pescati” da Monti alla Bocconi e alla Cattolica, le due prestigiose università private milanesi. Il rettore della Cattolica Lorenzo Ornaghi potrebbe diventare ministro dell’Istruzione e ci sono buone speranze anche per Carlo Dell’Aringa, economista e collaboratore di Lavoce.info, candidato al Lavoro, dove potrebbe contemperare le istanze del sindacato e delle imprese. Tornando in Bocconi, si fa il nome dell’economista Carlo Secchi (ex rettore) per lo Sviluppo economico, a cui punterebbe anche Antonio Catricalà, presidente dell’Autorità garante per le Telecomunicazioni, gradito a Berlusconi (il ministero “copre” anche le Telecomunicazioni). Il totoministi annoverava un altro bocconiano, Lanfranco Senn (di Comunione e Liberazione, presidente della Metropolitana milanese), che però ha avvertito: “Non posso, sono cittadino svizzero”.

Altra poltrona pesante, quella del ministero dell’Interno, per il quale in alternativa ad Amato spunta il nome di Carlo Mosca, prefetto di Roma cacciato nel 2008 dal tandem Berlusconi-Maroni perché aveva giudicato “non necessario” prendere le impronte digitali ai bimbi rom, come previsto dal decreto sicurezza. Per la Giustizia, eterno tasto dolente del premier uscente, al nome dell’ex presidente della Corte Costituzionale Ugo De Siervo si affianca il cattolicissimo Cesare Mirabelli, già vicepresidente del Csm e della Consulta, nonché consigliere generale della Città del Vaticano. Sul celebre (e laico) oncologo Umberto Veronesi alla Salute sarebbe fredda l’Udc, dunque si parla anche del rettore della Sapienza Luigi Frati. Alla Difesa non paiono emergere alternative al generale Rolando Mosca Moschini, già al vertice della Guardia di Finanza. L’archeologo Salvatore Settis viene indicato come possibile ministro dei Beni Culturali.

E i politici? A parte una figura di mezzo come il “professore” socialista Amato, qualcuno ipotizza ancora che in mezzo ai tecnici possano spuntare uomini di partito come Beppe Pisanu e Marco Minniti per l’Interno, ma nel caso anche il Pdl vorrebbe la sua parte, per esempio con Franco Frattini in permanenza agli esteri. Paolo Costa, già europarlamentare dell’Ulivo, sindaco di Venezia e ministro del governo Prodi potrebbe cimentarsi alle Infrastrutture.