CINQUE ANNI AL GOVERNO, E NESSUNA SCUSA.

E’ la legislatura del 2001-2006 il cuore del ventennio berlusconiano. Cinque anni filati di governo con una solida maggioranza e nessuna scusa. Che invece sarà trovata, con gli attentati dell’11 settembre, i cui contraccolpi economici verranno evocati negli anni successivi come giustificazione del mancato mantenimento delle promesse esibite sui cartelloni. In questa fase, l’Italia berlusconiana si appiattisce sulle posizioni del presidente degli Stati Uniti George W. Bush, anche sul contestato intervento militare in Iraq del 2003, che vede contrari tra gli altri i principali partner europei, Francia e Germania. Nelle librerie macinano copie le invettive anti-islamiche di Oriana Fallaci, che entra immediatamente nel Pantheon del centrodestra berlusconiano. A mano a mano che sfuma il “nuovo miracolo italiano”, il Cavaliere comincia ad accarezzare la vanità di lasciare “un segno” nella politica internazionale, accampando meriti nell’avvicinamento fra Stati Uniti e Russia e in altri mutamenti epocali. Ma nel contempo dimostra un’attrazione fatale per i leader più discussi del globo. Solida l’amicizia con il russo Vladimir Putin, democraticamente eletto in un Paese dove la democrazia mostra ampie falle e i giornalisti scomodi muoiono ammazzati. Berlusconi va spesso a trovarlo, anche al di fuori delle visite istituzionali. Omaggia e bacia platealmente il libico Muammar Gheddafi, dittatore-canaglia per eccellenza ai tempi della strage di Lockerbie (1988), in cerca di nuova verginità fino alla tragica fine nella rivolta popolare sostenuta dalla Nato. Fino allo sconcertante show al fianco del satrapo bielorusso Aleksandr Lukashenko. Per una dozzina d’anni nessun capo di governo europeo si era azzardato fargli visita, date le pesanti accuse di brogli elettorali condivise dalla comunità internazionale. Fino all’autunno del 2009, quando un pimpante Silvio Berlusconi sbarca a Minsk e lo gratifica così: “Grazie anche alla sua gente, che so che la ama: e questo è dimostrato dai risultati delle elezioni che sono sotto gli occhi di tutti”.

Invece di prendere una piega liberale e antitasse, l’attività parlamentare della legislatura 2001-2006 si dirige subito verso le leggi “ad personam” tese a favorire gli interessi economici e giudiziari di Berlusconi. E’ un provvedimento “minore”, quello che toglie le scorte ad alcuni magistrati impegnati in inchieste scomode, a fare da battistrada e a innescare la prima scintilla dei “girotondi”, il movimento che poi crescerà a mano a mano che le leggi ad personam entreranno in agenda: quella sul ‘legittimo sospetto’, partorita dal senatore Udc Melchiorre Cirami per facilitare la ricusazione dei giudici nei processi, dà luogo a una gigantesca manifestazione promossa a Roma fra gli altri dal regista Nanni Moretti, solitamente schivo. Ancora più imponente è la mobilitazione della Cgil di Sergio Cofferati contro la riforma dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Il battesimo di piazza del nuovo governo avviene però il 19 e 20 luglio 2001 al G8 di Genova, segnato da violenze di piazza, pestaggi indiscriminati delle forze dell’ordine e dalla morte del manifestante Carlo Giuliani. Il governo Berlusconi, con il suo ampio seguito di ‘garantisti’, chiuderà completamente gli occhi davanti alle responsabilità della polizia e dei suoi vertici. L’altra caratteristica del quinquennio del “massimo splendore” berlusconiano è il ferreo controllo della Rai, che tocca il culmine con l”editto bulgaro’ che apre la strada alla cacciata di Michele Santoro, Enzo Biagi e Daniele Luttazzi. I temi della “censura” e del “regime” diventano argomento di dibattito quotidiano.

Del “nuovo miracolo economico italiano” non si parla affatto, mentre le cronache sono occupate dal perenne conflitto trra Berlusconi e la magistratura, tra Berlusconi e l’opposizione, tra Berlusconi e i giornali (comprese le più autorevoli testate straniere, come l’Economist e il Finacial Times, non certo di sinistra, anche se qualcuno proverà a bollarle come tali), tra Berlusconi e le istituzioni di garanzia, tra Berlusconi e le più varie circostanze che rendono inattuabili le promesse elettorali. Nel 2004 va in onda lo psicodramma delle dimissioni di Giulio Tremonti, il ‘genio’, il superministro dell’Economia immancabile in ogni esecutivo berlusconiano (salvo poi essere regolarmente travolto dalle critiche, copione che si ripete ai giorni nostri).