Il benvenuto glielo hanno dato i facchini, accogliendolo con uno sciopero, appena pochi giorni dopo la sua nomina a presidente del Consiglio di Amministrazione del Centro Agroalimentare di Napoli (CAAN) avvenuta l’11 ottobre scorso. Lorenzo Diana, ex parlamentare del PD, per anni componente della commissione parlamentare antimafia (e protetto da una scorta dopo che un pentito del clan dei casalesi ha rivelato che volevano farlo saltare in aria),  è consapevole che risanare e rilanciare il CAAN non è cosa da poco. Soprattutto dopo che il sindaco della città, Luigi De Magistris ha rivelato nella trasmissione di Santoro, “Servizio Pubblico”, di aver affidato a Diana il compito di liberare il centro agroalimentare dalla camorra. Una “mission” particolare e non solo gestionale, che per alcuni giustifica anche il suo compenso di 50mila euro lordi annui. Il CAAN, aperto nel 2006 (il comune di Napoli ha una partecipazione del 66%), ha un patrimonio di 40 milioni di euro, ma ha prodotto perdite per 51 milioni di euro. Su 362 mila mq di terreno, 100 mila sono coperti da strutture non pienamente utilizzate. Circa 100 gli operatori all’interno, di cui 70 nel settore dell’ortofrutta, con un giro di affari medio di 6 milioni di euro. Qui si dovrà trasferire anche il  mercato ittico di Napoli.  Il consiglio di amministrazione è formato da otto persone: 3 in rappresentanza del Comune di Napoli, 1 del Comune di Volla, 1 della Camera di Commercio di Napoli, 1 del Banco di Napoli e 2 rappresentanti dei privati. Diana risponde alle domande del fattoquotidiano.it nel suo ufficio di Volla, città dove ha sede la struttura, freddo e spoglio di qualsiasi arredo, con il condizionatore che non funziona e un PC risalente alla preistoria della tecnologia.

Diana, com’è la situazione sulla presenza della camorra nel CAAN?
Storicamente le mafie hanno solide radici nei mercati ortofrutticoli perché nascono come fenomeno rurale e si sono sviluppate come organizzazioni criminali proprio controllando i mercati ortofrutticoli. La loro influenza si è estesa ai mercati più importanti, come ci ha insegnato la vicenda di Fondi. E se lì sono radicati i siciliani e i casalesi, in tutto il sud  la geografia mafiosa nei mercati non cambia. I trasporti sono accaparrati da determinati gruppi. Ma ci sono anche quelli che si specializzano nei settori della commercializzazione di particolari prodotti agricoli. So che il CAAN è già sotto osservazione da parte della competente Procura di Nola per alcune cose che non vanno in questo Centro.

Cosa in particolare?
Vi sono degli abusivi tra gli operatori commerciali e anche tra i lavoratori. Ci sono almeno duemila accessi al giorno, e sono tanti, ma senza controllo. Sembra terra di nessuno. Anche qui c’è stato il vizio delle istituzioni e della politica di girare la testa altrove. Abbiamo  il caso di un amministratore che dopo sei mesi ha gettato la spugna perché questa situazione la riteneva impossibile da modificare. Gli altri amministratori hanno scelto di essere molto poco presenti. Bisogna considerare che il Centro ha spese di gestione come un condominio. Per contratto gli operatori che hanno un box di vendita sono chiamati a pagare le spese del 5% massimo. Tutto il resto  non è a carico loro. Si crea una situazione per la quale i condomini non hanno alcun interesse a controllare le spese perché non tocca a loro pagarle.  E’ un modello che non funziona. Qui vigeva la logica della mucca pubblica da mungere. Con il risultato che ci sono  quasi 5 milioni di euro di perdite. Di questo passo la struttura si avvia verso il fallimento.

Come pensa di risanare il CAAN?
Il centro Agroalimentare è una grande struttura costruita con una logica moderna e che ha anche una grande potenzialità.
Faremo un nuovo piano industriale cominciando a razionalizzare le spese. Ad esempio si spendono 700mila euro l’anno per l’approvvigionamento elettrico. Ci sono 100 mila mq di tetto da poter utilizzare per l’installazione di pannelli fotovoltaici. Nel primo anno puntiamo a ridurre le perdite per arrivare ad un equilibro di bilancio, senza intaccare la qualità. Il nuovo piano industriale avrà una sua logica: quella di valorizzare i prodotti agricoli del sud Italia, a partire dal cibo e dalle tradizioni che qui hanno radici profonde. Dobbiamo aprire alla città e alle associazioni di consumatori, all’Università e alle strutture che possano certificare e assicurare sulla qualità del cibo e dei prodotti. Abbiamo 100 mq di terreno destinati ad orti irrigui. Si possano fare degli orti sociali biologici. Dobbiamo attingere alle esperienze dei grandi centri agroalimentari italiani, dimostrando che anche il Sud è capace di modernizzarsi e stare al passo con i tempi. Mi rendo conto che non è semplice, ma se ho accettato è perché mi ha convinto la motivazione del sindaco di Napoli: “Non intendo lasciare società partecipate fuori dalla sfera della legalità”. E mercoledì si è tenuto anche  un comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica presso la Prefettura di Napoli  a cui, oltre al Prefetto e il sindaco della città, hanno partecipato tutti i vertici delle forze dell’ordine. Tutti insieme deciso di usare il pugno duro per cambiare radicalmente strada e per restituire legalità alla struttura.