Appare ormai scontata la rielezione del presidente in carica del Nicaragua, il sessantaseienne Daniel Ortega, in testa nei sondaggi con oltre il 48 per cento delle preferenze, alle elezioni di domenica 6 novembre. Tre milioni e mezzo di cittadini maggiori di 16 anni, su un totale di 5,8 milioni di abitanti, sono chiamati a scegliere i futuri membri del Parlamento nazionale e di quello centroamericano oltre alla massima carica dello Stato.

Le ultime proiezioni sul voto indicano una forbice di 18 punti percentuali tra Ortega, ex comandante della guerriglia rivoluzionaria del Fronte sandinista di liberazione nazionale (FSLN) che sconfisse la dittatura di Anastacio Somoza nel 1979, e il suo rivale più diretto, l’impresario e giornalista radiofonico conservatore Fabio Gadea del Partito Liberale Indipendente. La legge nicaraguense prevede la vittoria al primo turno del candidato che ottiene il 40 per cento dei suffragi o anche solo il 35 con almeno 5 punti di distacco dal secondo candidato più votato.

In terza posizione, con l’11 per cento delle preferenze, si colloca Arnoldo Alemán, sostenuto dal Partito Liberal-Costituzionalista, già eletto presidente dal 1997 al 2002 e più volte indagato per gravi atti di corruzione e abuso d’ufficio. Gli altri due aspiranti in lizza sono l’ex democristiano Róger Guevara dell’Alleanza per la Repubblica e il conservatore Enrique Quiñónez dell’Alleanza Liberale Nicaraguense che fu il partito più votato nelle elezioni del 2006.

Gli osservatori internazionali dell’Unione Europea e dell’Organizzazione degli Stati Americani, accreditati dal Consiglio Superiore Elettorale (CSE), si sono distribuiti nei 19 dipartimenti del Nicaragua, ma alcune organizzazioni nazionali come Ipade, Hagamos Democracia e la statunitense Carter Center non sono state ammesse all’osservazione del processo. “E’ discutibile che il CSE dia l’autorizzazione solo a osservatori locali più accondiscendenti con il governo e la neghi a organismi più critici”, ha dichiarato la settimana scorsa il capo della missione europea, José Antonio de Gabriel.

L’altra annosa questione riguarda la presunta illegittimità della ricandidatura del Presidente dato che la Costituzione vieta la rielezione per periodi consecutivi e per più di due volte in totale di qualunque cittadino. Nel 2009 la Corte Suprema, dominata da giudici legati all’FSLN, ha aperto la strada con una controversa sentenza a Ortega che, però, ha già governato dal 1985 al 1990 e dal 2007 al 2011.

Il suo discorso antimperialista e anticapitalista ha costruito un ampio consenso popolare e una solida alleanza con il suo omologo venezuelano Hugo Chávez. La scarsa coesione dei partiti d’opposizione e i seri limiti delle loro proposte elettorali hanno finito per fare il gioco del governo in carica, anche se i tempi della rivoluzione sandinista degli anni ottanta sembrano tramontati.

A livello economico il rispetto dei patti con il Fondo monetario internazionale sulla stabilità dei conti pubblici ha favorito la diminuzione del debito estero e il recupero dalla crisi del 2009-2010, nonostante il mercato del lavoro languisca tra precarietà e bassi salari. Secondo il direttore della testata nicaraguense Confidencial, Carlos Chamorro, “il modello di Ortega, battezzato come socialista, cristiano e solidale, è autoritario a livello politico, business oriented in economia e populista nel sociale, usa una retorica rivoluzionaria e religiosa e, a differenza di Chávez, assicura la continuità del neoliberismo e delle alleanze con il gran capitale”.

Grazie all’iniezione di capitali, aiuti e investimenti del governo venezuelano, pari a 500 milioni di dollari all’anno, cioè al 7,5 per cento del PIL del Nicaragua, è possibile mantenere un’ampia base sociale con programmi di tipo assistenziale che alleviano sensibilmente la grave situazione economica: con il 45 per cento della popolazione sotto la soglia della povertà e un tasso di crescita medio del 2,7 su 5 anni il paese centro-americano è uno dei più poveri del Continente.

di Fabrizio Lorusso