Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi

Il corpo a Cannes, la mente a Roma: Silvio Berlusconi è un uomo diviso. Da un lato ci sono le pressioni che arrivano dal G20 e, soprattutto, dall’asse Merkel-Sarkozy, che tramite l’Fmi vorrebbero commissariare l’Italia; dall’altro – ed è la questione che più sta a cuore al Cavaliere – ci sono i problemi interni a una coalizione che si assottiglia sempre più (a maggio 2008 poteva contare su 344 elementi, oggi è sotto quota 310). Ieri, ad esempio, per la prima volta il presidente del Consiglio ha dovuto fare i conti con una certezza: non ha più la maggioranza alla Camera. Per questo motivo, il capo del Governo vive giornate doppie: partecipa ai vertici economici europei e contemporaneamente rimane in contatto costante con Denis Verdini, che lo aggiorna sui numeri della maggioranza.

Le cifre spaventano il premier; quello che lo consola, invece, sono gli assi della manica che Verdini spera di potersi giocare. Tra questi un eventuale appoggio dei Radicali, che potrebbero essere anche convinti a far da stampella al governo dopo che danun mese si sono autosospesi dal gruppo parlamentare del Partito democratico. Con i voti di Pannella & Co., la road map tracciata dagli strateghi berlusconiani è già definita: resistere fino a Natale, scongiurare in tal modo la possibilità di un governo tecnico (non ci sarebbero i tempi tecnici, ndr) e, magari con il placet di una parte dell’opposizione, andare al voto anticipato non a marzo, ma addirittura a gennaio. A chi, tra i nemici di Berlusconi, potrebbero andar bene le urne ad inizio 2012? Secondo i consiglieri del premier al segretario del Partito democratico Pier Luigi Bersani, che in tal modo potrebbe mettere in fuorigioco le aspirazioni di Matteo Renzi, il quale non avrebbe possibilità di organizzare l’assalto al vertice dei democratici per mancanza oggettiva di tempo.

Chi invece fa davvero paura (da qui nascono gli attimi di sconforto del Cavaliere) è Pierferdinando Casini, che con l’aiuto di Paolo Cirino Pomicino sarebbe il vero deus ex machina della diaspora pidiellina. Una trappola vera e propria quella studiata dal leader centrista, che, attirando a sé gli scontenti di coalizione, vorrebbe proporre a Giorgio Napolitano un governo di responsabilità nazionale a trazione moderata (la cosiddetta “costituente dei moderati”). Anche se il disegno centrista andasse in porto, Berlusconi avrebbe pronta un exit strategy: andare a capo di un’opposizione che si contrappone ad un esecutivo di emergenza comunque debole e riacquistare fette di consenso urlando al tradimento di un ‘governo del ribaltone’.

A prescindere da quello che sarà (da non sottovalutare le eventuali mosse del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano), Berlusconi vede con fiducia anche alle scadenze parlamentari. Il primo scoglio, in tal senso, è dietro l’angolo: martedì alla Camera si vota il Rendiconto dello Stato. Se la fronda riesce a calare l’asso, le cose per il premier le cose si mettono malissimo; se invece la maggioranza resiste, si va dritti all’approvazione della Legge Stabilità (quella che conterrà le misure promesse all’Europa), che sarà votata al Senato nell’ultima settimana di novembre per poi passare alla Camera. Qui, tra calendarizzazione, discussione e votazione, si arriverà a metà dicembre: se andasse così, il piano di resistenza del Cavaliere avrebbe colto nel segno. Dicembre, però, è ancora molto, troppo lontano. Specie alla luce di quanto sta accadendo in questi giorni, che saranno ricordati come quelli della diaspora dal Pdl. Chi sono coloro che hanno abbandonato il Cavaliere? La lista è lunga e in continua evoluzione

I FIRMATARI DELLA LETTERA

Nella mattinata di ieri, sul tavolo del presidente del Consiglio è arrivata la lettera di sei dissenzienti: Roberto Antonione, Giancarlo Pittelli, Isabella Bertolini, Giustina Destro, Fabio Gava (questi ultimi due il 14 ottobre non parteciparono al voto sulla fiducia al governo) e Giorgio Stracquadanio, che però avrebbe assicurato a Denis Verdini di sostenere ancora l’esecutivo. Nella missiva, la mezza dozzina di scontenti ha chiesto a Silvio Berlusconi un passo indietro e l’inizio di una nuova stagione politica.

I TRANSFUGHI NELL’UDC

Al momento sono solo due: la calabrese Ida D’Ippolito e e il toscano Alessio Bonciani, che proprio ieri hanno annunciato il loro salto della quaglia. Ciò che temono dal quartier generale del Popolo della Libertà, tuttavia, è che la moral suasion di Pierferdinando Casini e Paolo Cirino Pomicino possa allargare la falla, con altri e non pochi pidiellini a varcare le soglie dell’Unione di centro in vista di un governo di responsabilità nazionale a trazione moderata e, soprattutto, per garantirsi la candidatura alle prossime elezioni. Tra questi, inoltre, va inserito anche il senatore Carlo Vizzini, pronti a lasciare Berlusconi per abbracciare i centristi.

GLI EX RESPONSABILI

Sono tre i deputati che hanno lasciato Popolo e Territorio di Saverio Romano per convogliare nel gruppo misto: trattasi di Arturo Iannacone (ex Movimento per le Autonomie), Americo Porfidia (ex Italia dei Valori) e il sottosegretario all’Ambiente Elio Belcastro (ex Mpa). Potrebbero creare un nuovo gruppo parlamentare (che si chiamerebbe “Lega Sud – Ausonia”) ma a quanto pare avrebbero assicurato il loro sostegno all’esecutivo di Silvio Berlusconi.

GLI EX FINIANI

Tra gli ex An molti hanno seguito Gianfranco Fini, altri sono confluiti nel gruppo misto da tempo ed hanno sostenuto esternamente il governo. Continueranno a farlo? Adolfo Urso oggi stesso ha assicurato di sì dal suo profilo Facebook, ma non si escludono sorprese. Tutta da valutare, invece, l’intenzione dell’ex ministro Andrea Ronchi (andato in Fli e poi ritornato dalla parte di Berlusconi seppur nel gruppo misto), di Pippo Scalia e – notizia di ieri – anche di Antonio Buonfiglio. Quest’ultimo, passato nel movimento del governatore del Lazio Renata Polverini, il 14 ottobre non partecipò al voto in favore dell’esecutivo Berlusconi.

GLI ASTENUTI E GLI INQUIETI

Il 14 ottobre, quando si trattò di votare la fiducia al governo, tre deputati del Popolo della Libertà si defilarono: erano (e sono, nel senso che hanno confermato il loro dissenso) Santo Versace, Calogero Mannino e Luciano Sardelli, con quest’ultimo che starebbe per presentare un altro ‘documento di dissenso’ al premier insieme a Vincenzo Scotti e Antonio Milo. Se i voti di questi ultimi tre parlamentari sono dati ormai per persi, tutte da valutare le posizioni di coloro che fanno riferimento all’ex ministro Claudio Scajola e, soprattutto, del cosiddetto gruppo di Beppe Pisanu. Non chiare, infine, le mosse e le dichiarazioni ambigue di altri personaggi in orbita maggioranza, come Maurizio Paniz, Domenico ‘Mimmo’ Scilipoti, Nucara e altri, che dicono e non dicono, promettono di sostenere Berlusconi e poi annunciano strani distinguo, rivelano e smentiscono. Insomma, una situazione (e una diaspora) work in progress.

LE TAPPE DELLA DIASPORA

In attesa della prima occasione utile (il Rendiconto di Stato di martedì prossimo) per comprendere i veri contorni e le reali proporzioni della fuga, ciò che è sotto gli occhi di tutti è il lento processo di indebolimento e di sfilacciamento di una maggioranza che ad inizio legislatura poteva contare su 344 rappresentanti (e quindi voti a favore). Un potenza di fuoco mai vista, che però ha iniziato a perder pezzi dopo sei mesi, ovvero quando il 13 novembre 2008 i quattro liberal democratici lasciarono la coalizione. Dopo neanche dieci giorni, però, il governo guadagna un voto grazie a Pionati, che lascia l’Udc per votare a favore dell’esecutivo. Il plus di Pionati, tuttavia, dura poco: a febbraio 2009, infatti, il Pdl perde Paolo Guzzanti, che approda nel Pli. A fine luglio, però, il primo, vero colpo di scena: 33 deputati lasciano Berlusconi e seguono Gianfranco Fini nel costituendo Fli, ma comunque rimangono in maggioranza, pur con numerosi e pericolosi distinguo. Dopo quattro mesi di relativa calma, il 12 novembre 2010 tornano i problemi: il Movimento per le Autonomie di Raffaele Lombardo si spacca e la maggioranza perde altri otto voti. Siamo a quota 329 deputati. Il 14 dicembre il governo rischia grosso: si vota la mozione di sfiducia all’esecutivo, che si salva per un soffio (315 no) grazie ai voti dei neonati ‘responsabili’ guidati dall’ex Idv Domenico ‘Mimmo’ Scilipoti. Si tratta di un gruppo che raccoglie vari cespugli e alcuni fuoriusciti da altri partiti. L’ultima prova della tenuta del governo il 15 ottobre scorso, quando Berlusconi si salva in calcio d’angolo grazie a 316 voti, di cui otto provenienti dal gruppo misto. Oggi, però, alla luce delle fughe degli ultimi giorni, quella soglia va corretta al ribasso: sulla carta, Silvio Berlusconi può contare su soli 314 deputati, quindi ha perso la maggioranza assoluta a Montecitorio. La prova del nove saranno le prossime votazioni sulla fiducia, ma fino ad allora le crepe di maggioranza potrebbero diventare baratri, con le fughe ad assumere i contorni dell’esodo.