Il presidente di Banca popolare di Milano Massimo Ponzellini

Ostacolo alle Autorità di vigilanza. Con quest’accusa i pm Roberto Pellicano e Mauro Clerici hanno indagato Massimo Ponzellini, ex presidente della Banca Popolare di Milano (Bpm), l’istituto da mesi al centro di un’aspra lotta tra sindacati e correnti interne (leggi). Il procedimento, come rivela oggi La Repubblica, ha preso spunto dal rapporto ispettivo di Banca d’Italia, che secondo i pubblici ministeri, avrebbe portando all’emersione di un grave fenomeno associativo “coltivato all’interno delle strutture della Bpm”. Sullo sfondo, l’ombra della criminalità organizzata.

Al centro delle indagini è finito il finanziamento da 148 milioni di euro alla società Atlantis/BetPlus, attiva nei giochi d’azzardo, “un finanziamento che – scrivono i pm in un decreto di sequestro – appare incomprensibile, sia secondo i canoni di buona amministrazione sia, più gravemente, secondo le regole della disciplina in materia di riciclaggio”. La Atlantis, vincitrice di una gara d’appalto con l’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato (Aams) diretta da Antonio Tagliaferri, avrebbe ricevuto un prestito dalla banca di Ponzellini. Ma questa società, risalendo la catena di controllo, farebbe capo attraverso una società offshore con sede a Saint Martin (Antille Olandesi) a Francesco Corallo e Carmelo Maurizio, figlii di Gaetano, condannato per reati di criminalità organizzata, e legato al clan di Nitto Santa Paola. Nell’ottobre 2010 Il Fatto Quotidiano aveva chiesto al direttore dei giochi dell’Aams Tagliaferri se dietro alla Atlantis ci fosse realmente Corallo jr (leggi l’articolo di Marco Lillo). Il dirigente che da anni si occupa del settore dominato da Atlantis World e Betplus e che a gennaio 2011 è stato nuovamente confermato – aveva ammesso: “Non so chi sia la persona fisica che sta dietro la ex Atlantis World”. Tagliaferri sosteneva infatti di avere interessato inutilmente la Prefettura di Roma al riguardo: “Abbiamo chiesto più volte se la società Atlantis World fosse in regola con i requisiti della legislazione antimafia e ci hanno sempre risposto di sì. La legislazione non ci attribuisce altri poteri”. Ora, secondo i magistrati si apre un nuovo fronte di indagine: i ricavi della Atlantis, infatti, finirebbero fuori dall’Italia, senza saperne la destinazione.

A rivelare le anomalie nei finanziamenti, la consulenza tecnica del pubblico ministero resa nota da La Repubblica: “Secondo quanto informalmente appreso in azienda, la relazione è stata introdotta dal Presidente in quanto diretto conoscente dell’amministratore delegato, presso la filiale di Bpm di Roma il cui responsabile era allora il dottor Lucca (attuale responsabile della direzione concessione crediti)”. Sempre secondo la consulenza, alcuni consiglieri avrebbero espresso ampi dubbi sull’affidabilità del socio di controllo. Per questo, la pratica avrebbe avuto un iter particolarmente contrastato anche se, scrivono i tecnici, “sarebbe stata poi approvata anche sulla base della forte sponsorizzazione del Presidente (Ponzellini, ndr) oltre che per alcuni approfondimenti condotti circa la sussistenza dei requisiti richiesti per ottenere la concessione governativa”.

La Guardia di finanza ha perquisito gli uffici di Roma dell’Aams di Tagliaferri per capire i legami di quest’ultima con il gruppo Atlantis e fugare i dubbi emersi anche su un aumento di una fideiussione in occasione della quale non sarebbero stati verificati i requisiti della società, primo fra tutti la necessità che la società per ottenere le concessioni sui giochi d’azzardo dalla Stato italiano non avesse sede in Paesi a fiscalità agevolata. Anche perché il direttore generale di Aams, Raffaele Ferrara, è presidente dell’Organismo di Vigilanza della Bpm.

Salgono così a due i grandi manager italiani di banca messi sotto inchiesta dalla magistratura. Lo scorso 17 ottobre è stata infatti la volta di Alessandro Profumo accusato dal procuratore aggiunto di Milano Alfredo Robledo di aver ideato, gestito e condotto una colossale operazione finanziaria – nel periodo in cui Profumo era amministratore delegato di Unicredit – al fine di frodare il fisco per un valore totale di 245 milioni di euro.