Altri due ragazzi tibetani di 19 e 18 anni, Choepel e Khayang, si sono dati fuoco per protestare contro l’occupazione cinese dell’ex Tibet. È successo alle 11:30 di venerdì 7 ottobre sulla via Nongjichang, vicino alla strada principale della città di Ngaba, nella provincia sudoccidentale cinese del Sichuan, ai confini con il Tibet.

Choepel e Khayang erano stati monaci nel monastero di Kirti a Ngaba, che negli ultimi tre anni è stato il centro della protesta contro il governo cinese. Choepel era stato espulso dopo il 16 marzo, dopo l’auto immolazione di Phuntsog. Khayang, come il compagno, è del villaggio di Thawa Kongma, nella contea di Ngaba. Suo zio Tashi il 16 marzo 2008 era stato ucciso dalle forze di sicurezza cinesi.

Sabato il monastero di Kirti a Dharamsala in India, sede del governo tibetano in esilio, ha dichiarato che quando i ragazzi si sono dati fuoco “con le mani giunte in preghiera, entrambi gridavano slogan anti cinesi”. Testimoni oculari dicono che inneggiavano alla libertà del Tibet e al ritorno del Dalai Lama a Lhasa, la ex capitale da cui fuggì nel 1959. “Il personale di sicurezza cinese è arrivato sul posto e ha cominciato a picchiare indiscriminatamente i due, mentre cercava di domare le fiamme” continua la dichiarazione. Gli abitanti credono che Choephel sia morto circa mezz’ora dopo essersi dato fuoco mentre Khayang è stato portato via dalle autorità cinesi.

Il quotidiano China Daily riporta la dichiarazione del portavoce cinese. “Due tibetani si sono lievemente feriti in un tentativo di auto immolazione […]. Sono stati immediatamente soccorsi e sono in cura nell’ospedale del posto. Le ferite non erano gravi. La polizia sta investigando sui motivi della loro auto immolazione”.

Questo è il settimo incidente di quest’anno. Dei tibetani che si sono dati fuoco sei sono del monastero di Kirti a Ngaba mentre il monaco Tsewang Norbu era di Tawu, nella prefettura autonoma di Kandze, a circa 150 chilometri da Ngaba. L’ultima auto immolazione con il fuoco risale a lunedì 3 ottobre quando Kalsang Wangchuk, un giovane monaco anni del monastero di Kirti, si è dato fuoco nel mercato di Ngaba. Alcuni testimoni hanno detto di averlo visto compiere il gesto disperato mentre teneva in mano la fotografia del Dalai Lama e gridava “Non ci sono libertà e diritti religiosi in Tibet”. La polizia lo ha portato via dopo aver spento le fiamme. La parte superiore del corpo dicono sia stata seriamente ustionata ma non si conosce né il suo attuale stato di salute, né dove sia stato portato. Dal 3 ottobre la città di Ngaba è sotto controllo sia della polizia sia dei militari e nessuno può uscire dalla città o entrarvi. Anche scambiarsi informazioni su queste auto immolazioni è proibito dalle autorità cinesi.

La situazione è molto tesa, ma tramite le auto immolazioni i tibetani sembrano decisi ad attirare l’attenzione del mondo su quella che è una delle crisi umanitarie più lunghe della storia contemporanea. Nonostante i controlli, pare che sia nel mercato di Ngaba città sia nel monastero di Kirti siano apparsi del volantini con su scritto che “se la situazione presente continua, molta altra gente è pronta a dare la propria vita per protestare”.

Il governo cinese da marzo ha inviato a Ngaba la Polizia armata paramilitare che ha compiuto dozzine di arresti arbitrari, fa fatto rastrellamenti porta a porta e portato via via da Kirti centinaia di monaci. Fra i religiosi è stata implementata una campagna di rieducazione di sei mesi con centinaia di ufficiali cinesi di stanza nel monastero. Alcuni monaci sono stati ritenuti colpevoli e portati in prigione per il supposto coinvolgimento nelle proteste e nelle auto immolazioni.

Anche senza arrivare a quelle che la BBC ha definito “un trend di auto immolazioni”, la protesta fra i civili non si ferma. Il 1 ottobre a Serthar, a poche centinaia di chilometri da Ngaba, diverse centinaia di persone si sono riunite dopo che la polizia ha rimosso una bandiera tibetana e una foto del Dalai Lama messa sul palazzo comunale. Un volantino diceva: “Fratelli tibetani, non addormentatevi sotto l’oppressione dei cinesi. Lunga vita al Dalai Lama. Vittoria al Tibet, vittoria al Tibet”.

I tibetani sono pochissimi, poco più di 5 milioni contro quasi un miliardo e 300.000 cinesi di etnia han, e senza mezzi. Ma, come dice il Dalai Lama, “se pensate di essere troppo piccoli per combattere, provate a passare una notte con una zanzara..”.