Di nuovo, un’immensa fiammata ha illuminato la notte del deserto del Sinai. Il gasdotto che attraversa il nord della penisola per rifornire di gas Israele e Giordania è saltato in aria, non lontano da Al-Arish, il capoluogo del governatorato del Nord Sinai, a una cinquantina di chilometri dal confine israeliano, e snodo dell’Arab Gas Pipeline, che inizia in Libia. L’attacco è avvenuto a circa 25 chilometri ad ovest della città.

Secondo al Jazeera, la polizia egiziana ha ricostruito che sei uomini armati hanno abbattuto le recinzioni di filo spinato che proteggono l’impianto e hanno piazzato una bomba vicino ai tubi prima di allontanarsi su un’auto che li stava aspettando. Due persone sono rimaste ferite dall’esplosione che ha danneggiato anche delle coltivazioni attorno al gasdotto. La fornitura di gas è stata interrotta, mentre i pompieri cercavano di bloccare l’incendio, lottando con fiamme alte anche quindici metri.

Dalla caduta del presidente Hosni Mubarak, il gasdotto è stato attaccato sei volte. Nell’ultimo blitz, a luglio scorso, un gruppo di uomini armati ha costretto le guardie che presidiavano una stazione di pompaggio del gas a lasciare i loro posti e poi ha fatto esplodere la struttura. Il gasdotto del Sinai è la principale fonte energetica di gas naturale per Israele che riceve da lì il 40 per cento del suo fabbisogno. Ancora più dipendente la Giordania, che fa affidamento sul gas egiziano per la produzione dell’80 per cento della sua energia elettrica. A febbraio, il primo attacco causò la sospensione delle forniture di gas per quasi un mese e innescò una dura polemica tra Israele ed Egitto. Il governo israeliano ha accusato quello provvisorio egiziano e il Consiglio supremo militare che“garantisce”la transizione del dopo-Mubarak di non essere in grado di controllare il territorio del Sinai, dove, secondo le intelligence dei due paesi, sono attive cellule di estremisti jihadisti. Nelle ultime settimane, peraltro, il governo egiziano, con l’accordo di quello israeliano sulla base del trattato di pace di Camp David (1979), ha aumentato la presenza di truppe nel Sinai, sia per bloccare blitz come quello di ieri notte, sia per intercettare i migranti africani che cercano attraverso la penisola di entrare in Israele. Benyamin Netanyahu, da parte sua, ha annunciato qualche settimana fa che saranno accelerati i lavori per completare la recinzione lungo il confine sinaitico di Israele: un impianto di filo spinato, reti metalliche e sistemi di sorveglianza lungo 240 chilometri.

Il contratto ventennale per la fornitura di gas egiziano a Israele, chiuso nel 2008 dal governo di Mubarak, è stato ed è contestato in Egitto perché ritenuto troppo favorevole a Israele, che paga il gas al di sotto del prezzo di mercato. Nel 2008 un tribunale egiziano ordinò anche, invano, che l’accordo venisse discusso in Parlamento. Un ordine a cui il governo di Mubarak non si è mai piegato.

A metà agosto, la polizia e l’esercito egiziano hanno arrestato alcune persone sospettate di aver preso parte ai precedenti attacchi contro il gasdotto. Secondo il quotidiano egiziano Al Masri al Yaoum (Egitto oggi), le persone, quattro, fermate in un sobborgo di al-Arish dopo una breve sparatoria con le forze dell’ordine egiziane, erano membri (egiziani e palestinesi) di una cellula della Jihad islamica, uno dei movimenti armati islamisti palestinesi presenti nella Striscia di Gaza, dove contendono il controllo del territorio ad Hamas.

Il Consiglio militare supremo egiziano continua a usare i tribunali militari anche per processare civili – nonostante le molte proteste contro questa pratica da febbraio in poi – e ciò impedisce di valutare in modo indipendente la validità delle accuse contro le persone sospettate di aver attaccato il gasdotto. Il dubbio che circola in Egitto e che molti come lo scrittore Alaa al Aswany esprimono apertamente, è che oltre alle cellule islamiste (e forse al posto loro) a condurre questi e altri blitz – l’attacco all’ambasciata israeliana al Cairo per esempio – possano essere i fedelissimi di Mubarak ancora presenti negli apparati di sicurezza dello stato o da loro appoggiati, allo scopo di mettere in difficoltà sul piano internazionale il governo di transizione e danneggiare l’immagine della rivoluzione di piazza Tahrir.

di Joseph Zarlingo