Il direttore generale di Al Jazeera, Wadah Khanfar, si è dimesso. E’ di ieri la notizia del suo abbandono del network, che ha subito fatto parlare. Nei suoi otto anni alla guida della rete, Khanfar ha trasformato Al Jazeera in un potente media nel Medio Oriente suscitando spesso le ire degli Stati Uniti. Il canale satellitare, finanziato dal Qatar, è stato infatti  fortemente critico riguardo la politica estera degli Stati Uniti in Afghanistan, Iraq e nei territori palestinesi. Il caso però ha voluto che secondo alcuni dispacci pubblicati da Wikileaks lo scorso 30 agosto, Al Jazeera avrebbe avuto rapporti stretti con un partner sorprendente: gli Stati Uniti. E sembrerebbe che siano stati proprio i dispacci delle ambasciate a suscitare l’imbarazzo di Khanfar e a portarlo verso la strada delle dimissioni.

Secondo i dispacci che risalgono all’ottobre 2005, i funzionari americani avrebbero consegnato, durante un incontro con il direttore di Al Jazeera, la copia di un rapporto della Dia (United States Defense Intelligence Agency) che accusava Al Jazeera di coprire la guerra in Iraq da una prospettiva anti-americana. Durante quell’incontro e a seguito delle pressioni degli americani, Khanfar avrebbe dato il suo assenso all’intelligence Usa a mantenere toni bassi, non mostrando immagini ritenute “scomode” come quelle delle truppe statunitensi sotto il fuoco degli insorti e quelle di donne e bambini feriti.

In un’intervista rilasciata ad Al Jazeera, Khanfar giustifica però le sue dimissioni affermando di aver completato i suoi otto anni di lavoro nel network con l’obiettivo, raggiunto, di trasformare Al Jazeera in un network internazionale. Ha poi continuato a proposito dei cablogrammi pubblicati da Wikileaks dicendo: “Non abbiamo mai avuto alcuna relazione con agenzie o governi che possano averci detto cosa fare o non fare, sono i nostri standard professionali che decidono cosa fare. Non è un segreto che gli americani abbiano fatto pressioni su di noi, in particolar modo durante l’amministrazione Bush. E su Wikileaks questo emerge. Abbiamo avuto pressioni affinchè Al Jazeera potesse tenere una linea morbida nei confronti della Guerra in Iraq e Afghanistan, ma noi abbiamo continuato a trattare le notizie come sempre abbiamo fatto”.

Ma se le dimissioni di Khanfar sono venute a seguito della scarsa credibilità di Al Jazeera, la sua sostituzione con lo sceicco Ahmed bin Jassim Al Thani, membro della famiglia reale del Qatar, non cambia di certo la situazione. Al Thani non è un giornalista, ma un dirigente di Qatargas, tra i primi produttori di gas naturale al mondo. Se prima, dunque, ci si domandasse quanto fosse realmente indipendente il network, ora sarà una domanda d’obbligo.

E l’Iraq è sempre al centro dei documenti pubblicati da Wikileaks. Era della settimana scorsa, infatti, la notizia passata abbastanza inosservata dai media tradizionali, in cui venivano accusate le truppe Usa di aver ucciso nel 2006 alcuni civili brutalmente, di cui molti bambini. La foto ha girato a lungo su internet. Poi ne è uscita un’altra  altrettanto agghiacciante: alcuni giovani detenuti avrebbero subito abusi sessuali da parte degli interrogatori iracheni per essere indotti a confessare. Da un cablogramma di Wikileaks risulterebbe infatti che, durante un’ ispezione congiunta tra Usa e Iraq, vennero trovati 1.400 detenuti in pessime condizioni e in spazi angusti. E sul corpo, i segni evidenti di esser stati vittime di abusi sessuali costanti.

Purtroppo non è la prima volta che sentiamo di abusi e torture avvenute in Iraq. Già nel 2005 era stato scoperto il Jadriyah Bunker, una prigione scoperta a Baghdad nel quartiere di Jadriyah, da cui prende il nome. Altrettanto noti i casi di torture che si sono verificati nella prigione di Abu Ghraib. La tortura fisica e psicologica è di routine in queste carceri. Gli scherni contro la religione, il disprezzo e gli insulti contro i detenuti arabi e musulmani, e non solo, sono delle costanti. Denudati, incappucciati, rasati, molestati, picchiati, insultati, e purtroppo molto altro ancora. Sono questi i modi utilizzati per “far parlare”. Stessi metodi utilizzati a Bagram in Afghanistan e a Guantanamo.

Secondo il diritto internazionale lo Stato è l’unico responsabile degli atti di tortura commessi dai suoi funzionari, siano essi poliziotti o personale di prigione. Ma hanno pagato questi Stati?