Se le previsioni della vigilia saranno confermate, stasera, alla chiusura delle urne, potrebbe terminare il decennio di governo liberal-conservatore in Danimarca. La coalizione di centro sinistra, guidata dal Partito socialdemocratico di Helle Thorning-Schmidt è data favorita. I liberal-conservatori sono stati al potere dal 2001 a oggi, prima con Anders Fogh Rasmussen (attuale segretario generale della Nato) e poi, dal 2009, con Lars Lokke Rasmussen. Chiave della lunga stagione di governo, l’alleanza tra i conservatori e il Partito del popolo danese (Dpp), terza formazione politica del Paese, nazionalista e con una inclinazione alla xenofobia e alle politiche restrittive in fatto di immigrazione, culminate con la decisione di qualche settimana fa di sospendere il trattato di Schengen e reintrodurre i controlli alle frontiere con gli altri paesi europei.

Se sulle politiche di controllo dell’immigrazione una parte della coalizione di sinistra (che comprende due partiti socialisti, e la federazione rosso-verde sul fianco sinistro) ha in qualche modo accettato alcune delle posizioni del centro destra (anche se con un diverso stile e molti mal di pancia), il confronto con il governo uscente è soprattutto sui temi economici che hanno tenuto banco in questa campagna elettorale.

L’economia danese non sta andando bene. Gli avanzi di bilancio ereditati dai precedenti governi socialdemocratici, in dieci anni sono diventati un disavanzo che nel 2011 arriverà al 4,6 per cento del Pil. Cifre inimmaginabili per l’Italia, ma molto rilevanti per l’economia danese, abituata a ben altri parametri. Soprattutto, questo deficit corrente si traduce, nelle ricette economiche dei liberal-conservatori, in tagli al welfare che i danesi – nonostante l’alta pressione fiscale – non sembrano affatto pronti a sottoscrivere. Il sistema bancario nazionale ha subito duramente i contraccolpi della crisi iniziata nel 2008 e negli ultimi tre anni nove banche sono state salvate dai fondi pubblici e nazionalizzate.

Lokke Rasmussen ha presentato agli elettori una scelta secca: debito incontrollato o tagli allo stato sociale. La ricetta di Thorning-Schmidt è di tutt’altro segno. Secondo la leader socialista, per rimettere in moto l’economia danese basterebbe che ogni cittadino lavorasse 12 minuti in più al giorno per aumentare la produttività di un’ora al mese e far ripartire il Paese. Questo progetto, così come altri tasselli del programma economico socialdemocratico – soprattutto gli interventi sul sistema pensionistico – dovranno però essere contrattati nella coalizione di centro sinistra. Nel cosiddetto “Blocco rosso”, contrapposto al “Blocco blu” dei liberal-conservatori, ci sarà dunque una competizione interna per il “peso” politico tra le varie formazioni. I socialdemocratici, infatti, rischiano di trovarsi in una situazione paradossale: vincere le elezioni, portare una donna alla guida del governo per la prima volta della storia danese, ma nello stesso tempo avere il peggior risultato della sua storia elettorale, con il 25 per cento dei suffragi accreditati dai sondaggi della vigilia.

I sondaggi, infatti, dicono che nel Blocco rosso sono soprattutto le formazioni alleate dei social democratici a tirare la volata elettorale, in particolare il più centrista Partito social-liberale e la coalizione Rosso-verde, posizionata più a sinistra. L’altro alleato storico dei socialdemocratici, il Partito socialista popolare, invece, sembra ristagnare nei sondaggi perché i suoi elettori non hanno gradito il graduale spostamento verso il centro della coalizione.

Thomas Larsen, uno dei più quotati commentatori politici danesi, ha scritto di recente sulla rivista online Analys Norden, che Helle Thorning-Schmidt, deve sperare che almeno in questo i sondaggi siano smentiti, perché potrebbe risultare molto difficile coordinare le diverse piattaforme politiche. rosso-verdi e social-liberali divergono sulle politiche economiche (con i primi critici rispetto alla piattaforma socialdemocratica e i secondi favorevoli) mentre concordano su quelle per l’immigrazione, dove però sono in disaccordo con i socialdemocratici e i social-popolari. La quadratura del cerchio di una coalizione capace di tenere assieme tutti si potrà ottenere solo a urne chiuse, quando si potrà contare l’effettiva forza elettorale di ciascun partito. Non senza un pensiero all’Europa: la Danimarca, da gennaio 2012, sarà il presidente di turno dell’Ue, in un momento cruciale per la vita economica e politica dell’Unione. La speranza di Helle Thorning-Schmidt – moglie di Stephen Kinnok, figlio di Neil Kinnok, segretario del Partito laburista britannico dal 1983 al 1992 – è che la Danimarca apra la strada a un generale ritorno al governo del centrosinistra anche nel resto del Continente.