Rai 1 per me, da un bel po’ di tempo, esiste solo per le partite della Nazionale di calcio, il messaggio di fine anno del presidente della Repubblica e per pochi altri eventi. Lunedì scorso, invece, ho passato tutta la serata con la tv sintonizzata sulla rete ammiraglia Rai. Ho visto buona televisione. In prima serata un film importante, a seguire Speciale Tg1, interessante, coraggioso e con ottimi servizi. Stimolato da una assurda polemica sollevata dal sindaco di Torre Annunziata, un tal Giosuè Starita (eletto nelle liste del Pd, oggi alla guida di una giunta di centrodestra), che in una lettera alla Rai ha tentato di censurare la programmazione del film Fortapàsc di Marco Risi, dedicato al giornalista del Mattino di Napoli Giancarlo Siani ucciso ventisei anni fa dalla camorra per le sue corrispondenze da Torre Annunziata, nelle quali denunciava la criminalità organizzata e i rapporti con la politica, in particolare con il sindaco di allora. L’intervento di Starita ricorda quella del presidente del Consiglio quando si scagliò contro La Piovra e tutti gli autori che scrivono di mafia, definiti “da strozzare: infangano l’immagine dell’Italia”.

Serata monografica. Il film, ben fatto, non retorico che, attraverso il racconto dell’ultimo anno di vita di Siani, va considerato anche un’importante lezione di giornalismo: il dovere di chi vuole fare la professione è quello di informare. In coda al film Speciale Fortapàsc, in diretta da Napoli, dal giardino della villa bunker del boss Michele Zazza (bene confiscato), Monica Maggioni (per una volta giornalista non embedded), ha intervistato il regista Marco Risi, il fratello di Giancarlo Siani, Paolo, e Arnaldo Capezzuto, cronista di Napolipiù, dalla schiena dritta, più volte minacciato dalla camorra. Invitato in trasmissione a rappresentare i tanti colleghi che nelle regioni in mano alle mafie (Campania, Sicilia, Calabria), rischiano la vita per fare, come diceva Siani: “Il giornalista, giornalista che porta la notizia”. Giornalisti, spesso precari, lontani dalla ribalta mediatica, che amano la loro terra e si battono per renderla libera, di fronte ai fatti non si girano dall’altra parte, ma li raccontano.

Capezzuto ha riportato i dati forniti dall’Osservatorio Ossigeno dell’Informazione, fondato da Alberto Spampinato fratello di Roberto, anche lui ucciso dalla mafia nel 1972 per i suoi articoli. Sono 141 i giornalisti che dall’inizio del 2011 hanno subito minacce dalla criminalità organizzata. “Questo non è un paese per giornalisti”, dice a Siani in Fortapàsc il suo vecchio caposervizio il giorno prima dell’omicidio.

Il Fatto Quotidiano, 7 settembre 2011