Washka (Sirte) – Giuravano che Tripoli sarebbe stata l’ultima città da conquistare prima dell’inizio della “nuova Libia”. E invece, dopo oltre una settimana dall’entrata vittoriosa nella Capitale, l’esercito ribelle deve prepararsi ad affrontare un’altra battaglia. Che senza una resa dei lealisti, sarà probabilmente la più dura. L’ultimatum lanciato dal Consiglio Nazionale di Transizione di Bengasi è sabato. Poi si passerà alle armi.

Ma intanto, sul terreno, i ribelli cominciano ad organizzare l’offensiva militare. La strada che da Misurata porta a Sirte è una lunga lingua di asfalto in mezzo alla polvere del deserto. I segni della battaglia dei mesi scorsi sono evidenti. Interi palazzi sventrati dai colpi degli Rpg e delle mitragliatrici pesanti. Camion militari e carri armati inceneriti dai raid della Nato. L’ultimo check point dell’esercito ribelle si trova a circa 120 chilometri da Sirte, a Washka. È il ponte dell’autostrada che passa sopra i container di protezione riempiti di sabbia che segna la zona off-limits. Più avanti è “terra di nessuno”. “Le forze di Gheddafi mandano auto di civili a controllare le nostre postazioni”, racconta Ismaeil, mentre abbraccia il suo fucile di precisione fabbricato in Israele. Chi vuole proseguire deve saltare su un pick-up degli “shebab””.

Pattugliare il deserto. È questo che fa la katiba (brigata) Misurata. Riconoscibili dalle auto su cui viaggiano, è uno dei plotoni dell’esercito ribelle più agguerrito. Sono loro che, dopo aver marciato da Misurata a Tripoli, hanno dato l’assalto al fortino di Bab Alazazia, la roccaforte di Gheddafi. Sono loro che, a bordo di una ruspa caterpillar, in mezzo ai tiri dei cecchini che ancora si trovavano nella fortezza del Colonnello, hanno aperto la porta principale e sono avanzati fino alla statua con il pugno che stritola l’F16 americano. È a loro, nel caso Sirte decidesse di resistere, che toccherà sfondare le linee nemiche e conquistare l’ultima città libica ancora in mano ai fedeli del Rais.

“La nostra brigata è quella che ha perso più uomini in questa guerra – racconta Mohamed – e per questo stiamo cercando di coordinarci con i ribelli che arrivano da Bengasi. Non so quale sarà il nostro ruolo, nel caso ci dovesse essere una battaglia a Sirte, ma la nostra katiba ci sarà”. Mohamed, come tutti i suoi colleghi che pattugliano da queste parti è scettico su una possibile resa e spiega chiaramente il perché: “Sirte è una città fedele a Gheddafi. E Gheddafi è un criminale. Non gli importa che oramai il suo regime è finito. Vuole fare più morti possibili. Obbligherà chi è dentro a resistere e sarà l’ennesimo bagno di sangue”.

Intanto, la colonna di nove pick-up dei ribelli su cui viaggiamo arriva a 50 chilometri da Sirte. L’ultimo bastione dei gheddafiani non si vede. Davanti e dietro il nulla, solo deserto e silenzio. I militari ribelli scendono dalle auto e controllano con i binocoli. In lontananza, almeno all’apparenza, non c’è niente, ma i ribelli non sono tranquilli. Puntano le mitragliatrici anti aeree e girano i pick-up per tornare indietro, quando iniziano a piovere colpi da 22 millimetri. Non si capisce da dove arrivano, ma la brigata ha solo il compito di pattugliare, senza rispondere al fuoco. Niente fughe precipitose. Niente ritirate in stile “armata brancaleone” come succedeva tra Bengasi e Brega. Qui si fa sul serio. La colonna di mezzi si organizza e torna indietro con armi e binocoli puntati nel deserto. Non è ancora tempo di battaglia. Al check point di Washka i generali danno istruzioni ai ragazzi che passeranno la notte li. E poi via verso la caserma sul mare di Misurata, la città martire ora liberata.