Questa la “rassicurante” dichiarazione di Giovanni Biondi, capo dipartimento per la programmazione e la gestione delle risorse del Miur, l’anno scorso: “Dal 2011 saranno obbligatori i libri digitali. Così sarà più facile inserire correzioni e aggiornamenti”. La questione del digitale e del caro-libri fu uno dei tormentoni dell’estate 2008: Tremonti e Gelmini – appena insediati – contaminarono l’annosa (e di maniera) stigmatizzazione del costo eccessivo dei libri di testo con insane ondate di propagandistico antisessantottismo, condite da vampate di modernismo acritico. Prendendo, come si dice, due piccioni con una fava: contro i testi (e gli insegnanti) politicizzati zaffate di “Pensiero Unico”; contro il caro-libri (e gli zaini pesanti, argomento davvero significativo per la scelta di libri o dispositivi, digitali o cartacei che siano) la promessa del digitale.

Dopo tre anni, è evidente che i vaticini dell’evergreen Biondi e dei due principali artefici della distruzione della scuola pubblica erano incauti. Come ogni agosto, si parla dell’aumento del costo dei libri di testo: per il Codacons ogni famiglia spenderà l’8% in più del 2010. La crisi morde, ma i tetti ministeriali sono stati aumentati dell’1,4 e del 3,8% a seconda della scuola. “E pensare – spiega il Codacons – che nel 2009 il ministero aveva pronosticato, entro i successivi tre anni, una diminuzione di spesa del 30% per l’acquisto dei libri scolastici. Un dato fantasioso, salvo che il prossimo anno non avvenga un miracolo”. Come da tradizione, inoltre, un terzo delle scuole sforerà il limite. Secondo Federconsumatori un ragazzo di prima liceo spenderà 728,6 euro di libri e dizionari e 461 di corredo scolastico: un totale di ben 1.189,6 euro. Per contrastare il fenomeno, Unione degli Studenti e Codacons hanno indetto per il 3 settembre la “giornata dell’usato” e propongono mercatini in molte città: risposta determinata non solo dalla crisi, ma dalla necessità di dire no a promesse rinnovate ogni anno e mai mantenute. Della tanto celebrata rivoluzione tecnologica, uno dei cavalli di battaglia dei primi entusiasmi del Berlusconi 4, quasi non si parla più. La lusinga della modernità non corrisponde automaticamente ad affidabilità culturale. E l’introduzione – o la presunta obbligatorietà – della versione digitale del libro non può essere ridotta a banali taglia e incolla di stringhe di testo, comprensivi dell’eventuale risoluzione di nuovi o vecchi copyright; ma è operazione complessa, di selezione, riorganizzazione, integrazione di contenuti. Quando Biondi o Gelmini ci parlano di digitale – ammesso che lo facciano seriamente – non chiariscono a quale modello di libro stiano facendo riferimento. Qual è la significatività formativa e culturale di un oggetto che sembra spiegare la sua unica suggestione ed efficacia nella propria flessibilità, non certo nella sua comprovata autorevolezza?

La dimensione esclusivamente tecnica – la sola considerata dai nostri decisori – elude le evidenti inadempienze di un ministero che procede a tentoni, senza garantire legittimità alle procedure; ma rischia di avallare – per pura necessità demagogica – un’operazione che, se condotta in modo pedestre, mortificherà ulteriormente la portata educativa della mediazione culturale; e – con essa – della scuola intera. La messianica incipiente obbligatorietà del libro di testo digitale al momento non ha riferimenti chiari e condivisi nemmeno sul piano tecnico: manca la definizione di formati, interfacce, dispositivi. E nelle aule scolastiche mancano – soprattutto e semplicemente – le prese: quelle che servirebbero per far funzionare qualsiasi dispositivo digitale. Una scuola a brandelli non può peraltro occuparsi con serietà della questione. Quindi, che si proceda per l’ennesimo anno a caricare le famiglie di costi. Nel Paese di Pulcinella, le rivoluzioni – o i loro annunci – pretendono sempre di essere a costo zero. Altrove non funziona così. Il ministro coreano dell’educazione Ju-ho Lee intende digitalizzare in 3 anni tutti i volumi scolastici, sostenuto anche da un rapporto dell’Ocse: nella tecnologicissima Corea (che ha esiti tra i migliori nei famosi test Ocse Pisa) gli studenti imparerebbero con il computer molto più dei coetanei occidentali. Costo dell’operazione: 1 miliardo e 600 milioni di euro, compresi provvedimenti di sostegno agli studenti più deboli economicamente. Da noi gli interventi più autorevoli e di maggiore spessore scientifico sui libri di testo sono i vaniloqui periodici di Gabriella Carlucci e Fabio Garagnani (Pdl): l’ossessione è emendarli da derive ideologiche “marxiste”. Investimenti (economici o culturali) zero. E la nave va (a fondo).