E chi l’avrebbe detto che anche a quest’età può succederti di fare l’autostop? Invece succede, soprattutto se devi arrivare in tempo a prendere un treno a Torino e sei in un paesino delle Alpi di trecento abitanti. Non si accetteranno caramelle dagli sconosciuti, ma lo sconosciuto è gentile e si è reso disponibile appena ha saputo del bisogno, “tanto anch’io devo andare a Torino”. Ha il viso simpatico, un accento da meridionale arrivato al nord da qualche decennio, una Citroën diesel con l’aria veterana. E deve essere un buon lettore: ha un po’ di giornali sul sedile e prima di partire passa per uno di quei crocicchi dove si prendono e si lasciano libri gratis, uno scambio anonimo tra viandanti colti. Si chiama Rocco, Rocco Pinto. E il nome aumenta la simpatia. Profuma di antico, nella vertigine odierna di Lorenzi, Jacopi e Luchi.

“Rocco e i suoi fratelli” vien da interloquire senza troppa fantasia. “L’ha detto, io sono proprio Rocco e i suoi fratelli!”. Sorride guidando. “Metta Torino al posto di Milano ed è fatta. Sono lucano anch’io, sono nato a Rapone, in provincia di Potenza ai confini con l’Irpinia, nel 1959. Mio padre faceva il calzolaio ed era pure bravo, avevamo una piccola trattoria. Mio fratello più grande venne mandato a studiare a Torino, dove c’erano degli zii che lavoravano in cantiere: a quindici anni faceva il falegname apprendista di giorno e la scuola tecnica alla sera, all’Avogadro. Poi arrivammo noi, tutti gli altri. Mio padre, mia madre, io, mia sorella, e altri due fratelli. Andammo a dormire in una soffitta in via Mercanti, due stanze per otto persone perché c’era anche mia nonna. Mio padre andò in cantiere pure lui. Lavorava la pietra: due martelli, una cazzuola e un secchio. Io andai in quinta elementare e scoprii che quasi tutti i miei compagni erano meridionali, una autentica babele di dialetti. Ma la sto annoiando?”.

Per carità. Lo sconosciuto gentile sembra spuntato dal nulla in questo 150esimo anniversario di unità d’Italia per raccontare un pezzo di storia vera, mica le bubbole della Padania o la retorica del Belpaese. “Le medie le feci al Baretti. E lì incominciò la mia nuova vita. Prima di tutto mi innamorai del Toro, ed era una rarità perché i figli degli immigrati diventavano juventini. Poi incominciai a pormi qualche domanda. Lei pensi che al mio paese c’erano sì e no mille abitanti. E che mi trovai in una città smisurata, dove c’erano manifestazioni smisurate, gente che urlava, sassaiole, e quei grandi cartelli con su scritto ‘Agnelli e Pirelli ladri gemelli’ e io non capivo. Poi qualcosa mi veniva detto dai miei fratelli più grandi, oppure a scuola. Fu lì che trovai un professore di italiano che mi fece innamorare dei libri e della lettura”.

Ci siamo, pensi, ora mi dice che mestiere fa. “A casa mia non leggeva nessuno. Io sbagliavo gli accenti e le acca e me lo sarei portato dietro per un bel po’ questo difetto, perché non c’è niente di peggio che una scuola elementare fatta male. Lavoravamo tutti. Un altro mio fratello aveva smesso presto di studiare e faceva il garzone in un bar. Io e l’altro mio fratello andavamo anche noi in cantiere per arrotondare d’estate. No, non abbiamo fatto la fame, perché tutti i maschi portavano soldi a casa e poi lì c’era mia madre, una donna straordinaria, che teneva insieme tutto. Il problema era integrarsi, semmai”.

“Poi feci lo scientifico, e capii sempre di più quel che stava accadendo a Torino. E andai a fare il servizio militare. Accompagnavo un non vedente, un funzionario del Pci, e allora gli leggevo tanti libri ad alta voce, vede come si coltivano le passioni? A volte è il caso. Trovai il mio primo lavoro in università, a Palazzo Nuovo. Un sogno: in libreria, Celid si chiamava, Cooperativa editrice libraria di informazione democratica, era nata dalla contestazione. Feci il fattorino, poi il magazziniere, infine il commesso dietro il bancone. Mi laureai in lettere. La tesi? La feci sulle letture del libraio”.

In certi momenti non si ha voglia di fare domande, l’interlocutore dice comunque cose più interessanti di quelle che gli chiederesti. “Be’, sì, di libri un po’ mi intendo. L’ha mai letto Salvatore Satta? No? Guardi tenga qui ‘Il giorno del giudizio’, è uno dei capolavori del novecento italiano. Glielo regalo. No, lo tenga. Leggo di tutto, anche se sono esigente: Parise, la Morante… Una volta mi appassionavo alle cronache politiche, ne discutevo con gli amici, ora non ci riesco più. Mi sento disarmato. D’altronde che dovremmo aspettarci quando metà della popolazione non legge neanche un libro all’anno, e questa è la media perché il Sud è uno sfacelo? Il mio sogno è di diventare come il mio professore delle medie e diffondere cultura. Pensi che alcuni anni fa andammo con degli scrittori e Goletta verde per un intero maggio in giro per la Calabria a promuovere la lettura. Ora sto preparando un forum a Matera, con Giuseppe Laterza, Antonio Sellerio, Carla Ida Salviati, per una legge di iniziativa popolare su libri e lettura. Sarà a ottobre. Glielo confesso, ho spinto io per farlo a Matera, è la mia terra”.

La stazione di Porta Nuova è arrivata. “Che mestiere faccio? Dirigo la libreria ‘La torre di Abele’ qui a Torino”. C’era da giurarci. Ma questa è la storia di un’Italia, ancora in mezzo a noi, che andava raccontata. Di quando i figli dei calzolai diventavano intellettuali e ogni figlio portava i soldi a casa. E i Rocco, i Giuseppe e i Salvatore rinsanguavano il Nord facendone, da una soffitta, una delle terre più benestanti e progredite al mondo.

Il Fatto Quotidiano, 28 agosto 2011

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