Ha parlato a se stesso Giulio Tremonti questa mattina nei capannoni ultramoderni del Meeting di Cl. Se nel 2010 era stato tra gli ospiti di punta, con tanto di programma economico del governo elencato con cura ed entusiasmo in otto punti, quest’anno gli è toccata la parte del capro espiatorio, abbandonato dai capi del Pdl e della Lega, nemmeno presenti in sala ad ascoltarlo.

Da qualche giorno il ministro dell’economia e delle finanze è finito sotto assedio, in una riedizione della notte dei lunghi coltelli,  sia dal Pdl, sia dal suo sponsor politico di sempre: la Lega Nord.

Così prima di intervenire come relatore dell’incontro intitolato Quale destino per l’Europa?, si è intrattenuto, appartato in un salottino per una decina di minuti, con il leader del Pd, Pierluigi Bersani. Motivo del rapido confronto l’articolo 8 della manovra, quello sui licenziamenti: “Tremonti non si è chiuso, mi è sembrato abbastanza aperto”, ha detto Bersani, “gli ho detto di cambiare o togliere quella norma che sta distruggendo l’unica cosa positiva fatta negli ultimi sei mesi, frutto di un’intesa tra le parti sociali”.

In compenso la relazione di Tremonti ha rispettato i classici canoni storico-economici a lui tanto cari. Una premessa in chiave di analisi storica su alcuni periodi fondanti della “riunificazione” degli stati europei (Westfalia, Waterloo, Versailles) per poi planare su un fitto scontro, più j’accuse che tirata d’orecchie, contro la ritrosia tedesca nell’aiutare l’Italia.

“Per risolvere la crisi italiana, serve una sponda europea che la Germania non vuole dare. I tedeschi dovrebbero convincersi di quanto ci guadagnerebbero nel continuare le politiche a favore dell’Italia”, ha esordito Tremonti, “negli ultimi mesi la Germania ha esportato verso i cosiddetti paesi Piigs una cifra come il 50,9% e solo verso l’Italia il 58%, una cifra superiore a quanto esportano in Cina. Allora mi chiedo: vogliono buttare via tutto questo e compromettere una relazione economica di questo tipo?”

“Se qualcuno pensa che lo sviluppo dell’Europa possa basarsi solo sulla domanda interna o sull’export, si sbaglia”, ha proseguito il ministro, “uso sempre la metafora del tavolo a tre gambe.  La rinascita avviene, infatti, solo con la terza gamba: gli investimenti pubblici

Poi è l’ora di una stoccata alla Fiat di Marchionne e Montezemolo: “Noi italiani dal dopoguerra abbiamo fatto ripartire la rinascita economica puntando sull’automobile, ma oggi dobbiamo trovare un nuovo driver di sviluppo che, a mio avviso, sta in un nuovo tipo di bene comune: investire negli Eurobond”.

Poi ancora un affondo sulle banche (“i banchieri stessi avrebbero dovuto proporre regole per affrontare la crisi ai governi, ma non l’hanno fatto e noi possiamo fare autocritica fino ad un certo punto, la grossa responsabilità è loro”), senza mai dimenticare l’eleganza del paragone storico: “Nella crisi del 1929, Roosevelt non salvò le banche che speculavano d’azzardo, ma quelle al servizio delle famiglie e delle industrie. Per questo mi spingo a dire che sono stati fatti alcuni errori sulla crisi a cui si può porre rimedio in tre modi: intanto non usare la parola “crisi” come la si usava nel passato per i vecchi cicli economici; riscrivere nuove regole sul sistema finanziario; ristrutturare il sistema bancario”.

A fine incontro, a gettare acqua sul fuoco, per quel che riguarda lo scontro interno alla maggioranza rispetto alla draconiana manovra economica, arriva il leader in pectore del post berlusconismo, un Formigoni ottimista e fiducioso: “Alfano sta dialogando all’interno della nostra maggioranza, si sta creando un clima nuovo, entro lunedì ci sono le basi per concludere una manovra concertata tra Pdl e Lega che conterrà una diminuzione consistente dei tagli agli enti pubblici”.

Il video è di Giulia Zaccariello