Dicono che con le sue invenzioni ha cambiato il mondo, e sicuramente è vero. Si turbano di fronte al dramma di un ragazzo di 56 anni per il quale essere uno degli uomini più ricchi del mondo non serve a niente di fronte al cancro. Ma questo non basta a spiegare la turbinosa corrente emotiva che da mesi attraversa il mondo della Rete, e che sembra aver raggiunto l’apice di fronte alla commovente lettera di dimissioni di Steve Jobs: “The day has come”, il giorno è arrivato. Il fatto è che milioni di giovani e meno giovani – in un’America dove il presidente Barack Obama confida con occhio spaventato ai suoi concittadini che forse sta arrivando l’Armageddon (cioè l’Apocalisse), in un Occidente squassato dalla profondità della sua crisi identitaria – guardano al fondatore della Apple come a una residua figura paterna, a uno dei pochi uomini al mondo capaci di parlare ai propri simili indicando la strada.

Qualcuno pensa che dietro a questo amore di massa, dietro alle decine di migliaia di messaggi addolorati che si inseguono su Twitter, dietro alla disperazione di un mondo terrorizzato all’idea di perdere il Guru, ci siano anche i risultati di una pluridecennale strategia di marketing. Può darsi. Anche dietro i milioni di ragazzi che hanno pianto per Karol Wojtyla c’erano secoli di marketing cattolico. Eppure non si può fare a meno di analizzare la forza del messaggio di Steve Jobs.

Nessun capitano d’industria è mai riuscito come lui a farsi identificare con i suoi prodotti e a far identificare i suoi prodotti con sé. Come un grande artista, egli è la sua opera. Se il suo coetaneo e contraltare esistenziale, Bill Gates, l’uomo della Microsoft e di Windows, è proverbialmente identificato con il denaro accumulato, Jobs è riconosciuto in quei giocattoli tecnologici che hanno cambiato lo stesso modo di comunicare, di creare, di ascoltare la musica. Diranno gli storici dell’industria come sono andate davvero le cose, ma quello che conta di Jobs è aver reso credibile, e quindi vera, l’idea che il denaro può essere mezzo e non fine, che un imprenditore può inseguire un sogno e non la ricchezza.

Al mito dell’ex ragazzo californiano contribuisce una vita straordinaria nell’impasto di successi e sfortuna. Dato in adozione quando era ancora nella pancia della madre biologica, respinto dai genitori adottivi perché volevano la femminuccia, nuovamente adottato da una coppia di non laureati contrariamente alle prescrizioni della madre biologica, Jobs sembra aver imparato nella culla il sottile confine tra un prodotto ben tarato e una vita ben vissuta. Questa dialettica infinita l’ha portato a metà anni ‘80 a essere cacciato dalla sua Apple, perché pensava troppo ai suoi sogni tecnologici e poco a vendere. Misero al suo posto il miglior piazzista del mondo, John Sculley, che aveva portato la Pepsi al sorpasso della Coca-Cola.

In un discorso tenuto nel 2005 ai neolaureati dell’Università californiana di Stanford, diventato uno dei video più cliccati di sempre su YouTube e la pietra angolare della sua leggenda, Jobs ha saputo condividere con quei giovani ai blocchi di partenza – come solo un padre può fare – il dolore di quella sconfitta, il suo spaesamento di miliardario trentenne cacciato dall’Eden della Silicon Valley. E ha dimostrato di sapere entrare come pochi in sintonia con l’angoscia dei giovani, dimostrando di aver pensato a loro per indicare la via d’uscita: “La pesantezza del successo era stata rimpiazzata dalla leggerezza di essere un nuovo debuttante, senza più certezze su niente (…) Qualche volta la vita ci colpisce come un mattone in testa. Non perdete la fede, però. Sono convinto che l’unica cosa che mi ha trattenuto dal mollare tutto sia stato l’amore per quello che ho fatto. Dovete trovare quello che amate”.

Per indicare la strada, Jobs non ha esitato a contravvenire uno dei dogmi più ferrei del marketing: ha parlato della morte, ha confidato la sua paura del cancro, la disperazione di dover dire tutto in fretta ai suoi figli. Ha regalato ai giovani parole che milioni di loro hanno imparato a memoria: “Il vostro tempo è limitato, per cui non lo sprecate vivendo la vita di un altro, e non lasciate che il rumore delle opinioni altrui offuschi la vostra voce interiore”. E queste sono le ragioni per cui la malattia di Steve Jobs è accompagnata dalla prima preghiera (laica) globale nella giovane storia del Web.

Il Fatto Quotidiano, 26 agosto 2011