La prospettiva della fine del regime di Gheddafi infiamma le azioni delle società, anche italiane, che hanno attività in Libia e deprime i prezzi del greggio, soprattutto il Brent quotato a Londra (-1,8% a 106,66 dollari al barile) che si trova in una condizione di bolla speculativa rispetto al greggio trattato al Wti di New York (previsto stabile a 82,89 dollari). Ovviamente a fare da miccia al fenomeno l’ipotesi, ancora non definibile temporalmente ma sempre più certa sul campo, che la vittoria dei ribelli e la fine della guerra Nato possa permettere un lento ritorno alla normalità.

In Libia questo significa soprattutto riavviare gli impianti di estrazione e raffinazione del petrolio sostanzialmente bloccati nei primi sei mesi del 2011. La sospensione della produzione libica ha prodotto uno shock petrolifero indubbiamente non delle dimensioni delle Guerre del Golfo ma comunque importante, anche perché la produzione di Tripoli, che valeva 1,6 milioni di barili al giorno, non è stata rimpiazzata dall’Opec con una produzione della stessa qualità, nonostante questa fosse l’intenzione del Paese-guida, l’Arabia Saudita. Secondo la recente analisi dell’economista dell’Università della California, James D. Hamilton, lo shock petrolifero è costato già agli Usa una contrazione dell’1,1% del Pil del terzo trimestre e questo impatto negativo potrebbe proseguire anche nel quarto trimestre di quest’anno (-2,4%) e nei primi due del 2012 (-2,4 e -0,7%)

Proprio per arginare gli effetti della guerra gli Usa hanno chiesto all’Aie (Agenzia Internazionale dell’Energia) di mettere sul mercato le riserve strategiche e a giugno sessanta milioni di barili sono finiti sul mercato in un mese. Dei 60 milioni di barili 30 sono state riversate dalle riserve strategiche degli Stati Uniti – che ammontano complessivamente a 727 milioni di barili – il resto in proporzione dai 28 Paesi consumatori membri dell’Aie. Dall’inizio del conflitto allo scorso giugno l’interruzione dell’offerta libica era costata già 132 milioni di barili.

La chiusura delle attività è costata all’Eni una parte della flessione dell’utile del primo semestre (-6%) e larga parte della flessione del fatturato, dai 28,8 miliardi di euro del primo trimestre ai 24,6 del secondo. Ugualmente il conflitto ha impattato su Finmeccanica, Impregilo e Astaldi, tre delle imprese italiane impegnate in attività di costruzione o fornitura e che hanno rimbalzato in Borsa in vista della vittoria dei ribelli.

di Andrea Di Stefano